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Il caso

La morte di Mena Istafanous. L’avvocato della famiglia: «Vogliamo capire se ci sono state responsabilità»

Serena Arbizzi
La morte di Mena Istafanous. L’avvocato della famiglia: «Vogliamo capire se ci sono state responsabilità»

Reggio Emilia: il 26enne era in carcere dopo l’aggressione al distributore, costata il ferimento di 3 persone. «La Procura ha disposto l ’acquisizione di tutte le cartelle cliniche»

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Reggio Emilia Si è tolto la vita in cella, poco dopo le 20 di venerdì, Mena Istafanous, il 26enne arrestato per i tentati omicidi nell’area del distributore Egò di via Martiri di Cervarolo. Il 26enne aveva colpito prima una 66enne di Scandiano con un cacciavite mentre lei era al telefono. Poi, ha percorso la rotatoria vicina alla stazione di servizio ed è ritornato, investendo una 24enne di Parma e il 49enne Guido Ruozi, che abita di fronte al distributore, accorsi per aiutare la 66enne. La Polizia in un’ora ha arrestato il 26enne, il quale risultava avere iniziato un percorso di cura al Centro di salute mentale. Tuttavia, dopo il primo incontro, in luglio, non era ritornato al secondo perché aveva trovato lavoro a Trento.

Istafanous si è tolto la vita nella sua cella, impiccandosi con il cavo della tv. «Vogliamo capire se ci sono responsabilità e quando sarà possibile fare il funerale», spiega l’avvocato Franco Beretti, legale dei famigliari del 26enne. Ieri sono stati effettuati rilievi disposti dalla Procura (pubblico ministero Giulia Galfano). Il corpo è stato portato alla Medicina legale di Modena per l’autopsia. Con ogni probabilità mercoledì il corpo potrà essere restituito alla famiglia. «La Procura ha disposto l ’acquisizione di tutte le cartelle cliniche, dei verbali e verranno disposte tutte le valutazioni che servono per capire se ci sono responsabilità», aggiunge l’avvocato Beretti. La famiglia di Istafanous si è recata in carcere per un colloquio venerdì. Non è stata fatta entrare perché il protocollo prevede che si telefoni il mercoledì mattina dalle 8.30 a mezzogiorno per prendere un appuntamento. L’incontro era stato accordato per lunedì. «Non sappiamo cosa sarebbe potuto succedere se avesse incontrato la famiglia e di certo non voglio attribuire responsabilità alla Penitenziaria, ma il sistema presenta molta burocrazia», rimarca il legale. «Al primo colloquio in carcere ho visto un ragazzo molto chiuso, diffidente e confuso - spiega Beretti -. Non assumeva la terapia farmacologica prescritta nel luglio scorso, di cui è stata immediatamente aumentata le dosi: era un ragazzo al quale prestare attenzione particolare».

«Si sentiva perseguitato»

Istafanous aveva parlato del gesto di domenica. «Aveva visto la signora con il telefono ed era convinto che la stesse riprendendo». Istafanous, in quel momento, si era sentito perseguitato, com’era già avvenuto in passato. «Diceva: “Sono la persona più monitorata al mondo. La mia vita è completamente esposta sui social”. Quando ha visto la signora che stava telefonando è scattato un meccanismo che gli ha fatto pensare di essere di nuovo monitorato», aggiunge il legale. I familiari sono distrutti. «Vogliamo vedere il nostro caro e riavere il corpo», affermano.

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