Un nuovo ospedale
Parla il sindaco Mezzetti: «In via del Pozzo resterà il materno infantile e anche il pronto soccorso»
i Davide Berti
Tempo dieci anni, al massimo dodici, e Modena avrà un nuovo grande ospedale. Comprenderà gli attuali spazi di Baggiovara ma si amplierà fino oltre la linea ferroviaria Modena-Sassuolo, diventando un vero e proprio colosso, punto di riferimento nazionale. Costo? 550 milioni di euro pronti grazie alla Regione. L’attuale Policlinico resterà, con tanto di pronto soccorso, l’ospedale per la media intensità di cura e l’area materno infantile.
Parola del sindaco Massimo Mezzetti, che mette ordine ad un periodo nel quale i contrasti in ambito sanitario, più o meno ritrattati, non sono mancati.
La sanità modenese aveva bisogno di essere spiegata in quelle che saranno le scelte future, e il sindaco lo ha fatto con la Gazzetta.
Perché cambiare?
«Proprio perché vogliamo continuare ad avere una sanità pubblica di qualità, dobbiamo avere il coraggio di cambiarla. Non partiamo da un sistema fallito, tutt’altro. Partiamo da un patrimonio straordinario di professionalità, competenze e strutture. Ma quel sistema è stato costruito per una società profondamente diversa da quella di oggi. In provincia di Modena abbiamo circa 30 mila persone con più di 85 anni, destinate ad aumentare del 40% nei prossimi dieci anni. Crescono le malattie croniche, le persone che convivono con più patologie, gli anziani soli. Nel frattempo cambiano le tecnologie, le possibilità di cura, le esigenze dei professionisti. Pensare di affrontare tutto questo semplicemente aggiungendo qualche servizio a quelli esistenti sarebbe un errore. Riorganizzare non significa tagliare. E mantenere tutto esattamente com’è non significa necessariamente difendere la sanità pubblica. Talvolta può significare il contrario».
C’è il timore che la riorganizzazione comporti tagli. Qual è la garanzia?
«È una preoccupazione legittima, che non va liquidata con qualche rassicurazione generica. Abbiamo individuato tre principi che devono guidare il cambiamento: prossimità, eccellenza e reti. Dobbiamo portare vicino alle persone tutto ciò che può essere fatto vicino a casa, dalla medicina generale alla diagnostica di base, dalla prevenzione all'assistenza domiciliare. E dobbiamo concentrare le prestazioni più complesse dove possiamo garantire le migliori competenze, tecnologie e condizioni di sicurezza. Il nostro obiettivo non è spendere meno a prescindere. È utilizzare meglio le risorse pubbliche per curare meglio le persone. E soprattutto evitare che il luogo in cui una persona vive o le sue condizioni economiche determinino la qualità delle sue cure».
Modena è pronta a condividere la propria centralità con gli altri ospedali provinciali?
«Una provincia come la nostra, che va dalla Bassa alla montagna, passando per Modena e il distretto ceramico, non può essere governata con un modello uniforme. La sanità deve essere un sistema provinciale nel quale nessun territorio sia considerato periferico e nessun ospedale debba sentirsi autosufficiente. Mirandola, Carpi, Sassuolo, Vignola, Pavullo e Modena non devono riprodurre ciascuno lo stesso modello ospedaliero in scala ridotta. Devono avere vocazioni diverse, complementari, collegate fra loro. Ma attenzione: non possiamo chiedere ai cittadini di sopportare semplicemente più disagi. Dobbiamo costruire percorsi organizzati, garantire accessibilità, continuità assistenziale e accompagnamento. È il sistema sanitario che deve farsi carico del paziente, non il paziente che deve arrangiarsi tra strutture diverse».
Veniamo al futuro del Policlinico e di Baggiovara. Qual è il progetto?
«Stiamo ragionando su un progetto di grande ambizione, che sarà pronti in dieci, dodici anni e lasceremo alle generazioni future. L’ipotesi sulla quale stiamo lavorando con la Regione, l’Università e le direzioni sanitarie è quella di realizzare, un nuovo Policlinico in stretta integrazione anche fisica con Baggiovara, un nuovo grande polo ospedaliero destinato alle alte complessità, alle specializzazioni più avanzate, alla ricerca e all’eccellenza sanitaria. Contemporaneamente, nell’attuale area di via del Pozzo, immaginiamo un nuovo ospedale cittadino e distrettuale, dotato naturalmente di Pronto Soccorso, destinato prevalentemente alla bassa e media complessità».
Perché un nuovo Policlinico anziché ristrutturare l’attuale? E quanto costerebbe?
«Le valutazioni sulle quali stiamo lavorando stimano in circa 320 milioni di euro il costo di una ristrutturazione dell'attuale Policlinico. Una spesa molto rilevante che, tuttavia, non consentirebbe di superare completamente i vincoli strutturali e di spazio dell'edificio. L’alternativa è un investimento stimato in circa 550 milioni per una struttura nuova, energeticamente efficiente, progettata secondo le esigenze della medicina contemporanea e capace di adattarsi a quelle future. Sono cifre enormi e non intendo banalizzarle. Ma la domanda non è soltanto quanto costa costruire un nuovo ospedale. È quale investimento convenga maggiormente alla comunità nell'arco di mezzo secolo. La Regione ha manifestato la disponibilità a sostenere un investimento di dimensioni straordinarie a condizione che l’ambizione sia alta. Sarebbe un errore rinunciare a valutare seriamente questa grossa opportunità, la prima dopo vent’anni».
Il pronto soccorso resterà in via del Pozzo? Non rischia di diventare un ospedale di serie B?
«Nella proposta che stiamo elaborando, il Pronto Soccorso nell'area di via del Pozzo è esplicitamente previsto. E l’ospedale cittadino e distrettuale non è affatto una struttura di secondo piano. La bassa e media complessità rappresentano circa l'80% della domanda. Significa rispondere alla grande maggioranza dei bisogni quotidiani dei cittadini. Non dobbiamo confondere la complessità clinica con l’importanza sociale di un servizio. Un ospedale che garantisce cure appropriate, accessibili e tempestive per la maggior parte della popolazione svolge una funzione essenziale. E rimarrà anche il materno-infantile, finanziato con 18 milioni: proprio venerdì scorso sono ripresi i lavori. Tutto ciò che resterà sarà previsto negli spazi ristrutturati in questi anni con oltre 100 milioni . Sugli spazi che resteranno liberi si aprirà un discorso con tutti gli attori coinvolti: c’è bisogno di aree universitarie, alloggi per i medici e gli infermieri, per gli studenti stessi».
L’ex sindaco Muzzarelli contesta il tema dei doppioni. Come risponde?
«Considero il confronto una parte essenziale delle decisioni pubbliche, soprattutto quando riguardano la salute dei cittadini. Ma vorrei chiarire con nettezza un punto. Noi non stiamo discutendo di chiudere il Policlinico, né di cancellare servizi per il semplice gusto di eliminare quelli che si definiscono doppioni. E credo che chi ha avuto responsabilità di governo della città e della sanità conosca bene la complessità di queste questioni. Il confronto è utile se entra nel merito delle scelte. Diventa meno utile se riduciamo tutto a una contrapposizione fra chi vorrebbe difendere gli ospedali e chi vorrebbe chiuderli. Non è questo il terreno sul quale stiamo lavorando».
Cosa resta della precedente programmazione? Serve un nuovo Piano attuativo locale?
«La programmazione precedente costituisce un patrimonio che va riconosciuto e valutato. Nessuno pensa di cancellare la storia della sanità, tanto meno gli investimenti che hanno consentito di migliorarla. Ma la programmazione pubblica non può diventare immutabile. Se cambiano i bisogni, le tecnologie, le opportunità, abbiamo il dovere di verificare se le scelte precedenti siano ancora adeguate. Il nostro Piano attuativo locale risale al 2012. Sono trascorsi quattordici anni nei quali è cambiato il mondo della sanità. Per questo considero necessario arrivare a un nuovo Pal (Piano attuativo locale), condiviso con i territori e coerente con la visione provinciale. Non per rinnegare il passato, ma per assumere fino in fondo le responsabilità del presente e del futuro».
Sei noti chirurghi hanno contestato il percorso di integrazione. Che giudizio dà della loro lettera e della successiva presa di posizione?
«Quando professionisti di questo livello pongono delle questioni, quelle questioni devono essere ascoltate con la massima attenzione. Stiamo parlando di medici che rappresentano una parte fondamentale dell’eccellenza sanitaria modenese e che ogni giorno si assumono responsabilità enormi nei confronti dei pazienti. Detto ciò, mi pare altrettanto importante ricordare che gli stessi professionisti hanno poi chiarito di non essere in contrapposizione con le istituzioni e di considerare il confronto con le direzioni sanitarie una parte normale del lavoro. Naturalmente questo comporta una responsabilità per tutti: le direzioni devono coinvolgere i professionisti e i professionisti devono poter contribuire alla costruzione di un progetto unitario».
L'integrazione con Reggio Emilia può trasformarsi in una centralizzazione?
«Il confine amministrativo tra Modena e Reggio non può diventare un ostacolo alla possibilità di garantire cure migliori. Questo non significa che ogni integrazione sia automaticamente positiva. Dobbiamo capire quali attività integrare, con quali obiettivi, quali benefici per i pazienti, quali conseguenze sulle équipe e sull’accessibilità dei servizi. E soprattutto dobbiamo garantire che il percorso sia coerente con la programmazione sanitaria della provincia di Modena. Non sono favorevole a una centralizzazione indiscriminata, né all'interno della nostra provincia né nei rapporti con quelle vicine».
I due direttori generali hanno ancora la sua fiducia? Quale ruolo spetta alla politica?
«I due direttori generali godono della mia totale fiducia. Fra noi c’è sintonia e comunità di vedute e di intenti. Dobbiamo però distinguere chiaramente le responsabilità. Le direzioni sanitarie hanno il compito di elaborare e realizzare le soluzioni organizzative. Gli indirizzi strategici della sanità pubblica riguardano anche le istituzioni democraticamente rappresentative delle comunità. I sindaci non devono sostituirsi ai medici o ai direttori generali. Devono però contribuire a definire gli obiettivi, verificare che le scelte rispondano ai bisogni dei cittadini e garantire il confronto con i territori. Non è la politica che deve pretendere di decidere come si organizza una sala operatoria, la politica deve indicare la direzione di marcia strategica».
Sulle liste d’attesa quali risultati concreti può portare la rete provinciale?
«Uno dei temi più importanti. Perché possiamo discutere per mesi di organizzazione sanitaria, ma alla fine ciò che conta è se una persona riesce a ottenere una visita, un esame o un intervento nei tempi necessari. Faccio un esempio concreto. Se ogni ospedale gestisce una propria lista d’attesa, il cittadino rimane vincolato alla capacità di quella singola struttura. Se invece mettiamo in comune liste, équipe e sale operatorie, possiamo utilizzare meglio le capacità dell'intero sistema provinciale. La sperimentazione prevista per gli interventi di ernia inguinale va in questa direzione: una lista unica provinciale, criteri condivisi e interventi effettuati a Mirandola e Vignola dai professionisti».
Ma senza personale come si sostiene il sistema?
«Abbiamo bisogno di personale. E dobbiamo continuare a chiedere al Governo nazionale risorse adeguate per il finanziamento della sanità pubblica. Medici, infermieri, tecnici e operatori sociosanitari sono diventati una risorsa sempre più difficile da reperire. E questo ci impone di costruire anche una strategia per attrarre e trattenere i professionisti. Significa investire nella formazione, nella valorizzazione delle competenze, nelle opportunità di carriera, nelle condizioni di lavoro. E significa anche riconoscere che l’attrattività di un territorio dipende dalla possibilità di trovare casa, dai servizi per i figli, dalla mobilità, dalla qualità della vita. Su questo le istituzioni locali possono fare molto, lavorando insieme alle aziende sanitarie».
La riorganizzazione rischia di spingere i cittadini verso il privato?
«Sarò molto netto: la sanità pubblica e universalistica è una conquista fondamentale del nostro Paese e va difesa. La misura della qualità del sistema è la sua capacità di garantire il diritto alla salute indipendentemente dalle condizioni economiche. Se un cittadino, per ottenere una prestazione nei tempi necessari, è costretto a rivolgersi al privato pagando di tasca propria, abbiamo un problema di equità. Ed è precisamente questo che dobbiamo contrastare, rafforzando la capacità di risposta del servizio pubblico».
Il 30 e 31 ottobre i sindaci si riuniranno in montagna. Come si supera la difesa dei singoli ospedali?
«Non possiamo avere 47 visioni diverse della sanità provinciale, una per ogni Comune. Dobbiamo costruire un sistema nel quale tutti riconoscano un interesse comune. Questo non significa ignorare le specificità territoriali o sacrificare le aree più fragili. Significa assumere una responsabilità particolare verso la montagna, la Bassa e tutti i territori più lontani dai grandi poli. Ma dobbiamo anche essere chiari: partecipazione non significa diritto di veto. Se ogni scelta potesse essere bloccata dalla difesa dell’esistente, non cambieremmo mai nulla».
Come valuterete le proposte e chi sarà coinvolto?
«Dobbiamo sapere se migliora la qualità delle cure, se aumenta la sicurezza, se riduce le disuguaglianze territoriali, se rende più semplice l'accesso ai servizi e se utilizza meglio le professionalità e le tecnologie disponibili. E dobbiamo naturalmente verificare la sostenibilità economica degli investimenti e della successiva gestione. Il confronto con i sindaci, con i professionisti, con le organizzazioni sindacali, con le forze sociali e con il Terzo Settore deve essere parte integrante indispensabile di questo percorso. A proposito di condivisione, in questi ultimi due anni nella Conferenza territoriale socio sanitaria le decisioni sono state prese tutte all’unanimità. Qui sta il percorso, nell’equilibrio tra professionisti e istituzioni, come già sta avvenendo nei 35 gruppi di lavoro tematici».
Quale messaggio vuole lasciare ai modenesi?
«Dobbiamo avere l'ambizione di consegnare alle prossime generazioni un sistema sanitari altrettanto forte, capace di affrontare bisogni che oggi stanno cambiando rapidamente. Non voglio una guerra tra ospedali. Non voglio una competizione tra territori. Non voglio che questa discussione diventi uno scontro tra chi ha amministrato ieri e chi amministra oggi. Voglio che Modena sappia compiere un salto di qualità». l
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