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Reset del sistema immunitario: Reggio protagonista della ricerca

di Massimo Sesena

	Medici e ricercatori della Reumatologia del Santa Maria Nuova
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Medici e ricercatori della Reumatologia del Santa Maria Nuova

La Reumatologia dell’ospedale Santa Maria Nuova diretta da Carlo Salvarani selezionerà i pazienti affetti da gravi malattie autoimmuni per una terapia con le Car-T

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Reggio Emilia Quella parola, la pronuncia piano, con pudore, a metà, e poi la corregge, come è giusto fare se si è scienziati. Quella parola è: guarigione. Ma già oggi, poter parlare – per certe malattie – di «remissione prolungata» è quasi come toccare il cielo con un dito, o rischiare di vincere un Nobel, come hanno rischiato, proprio quest’anno gli scopritori della Car-T terapia e delle sue potenziali applicazioni. Il professor Carlo Salvarani, esperto di reumatologie e malattie autoimmuni, figura di riferimento della sanità reggiana, ha guidato il suo reparto, i suoi ricercatori e i suoi specializzandi a giocare un ruolo decisivo in una ricerca che davvero potrebbe rivoluzionare la cura delle malattie autoimmuni e di alcune delle più gravi patologie reumatologiche. In tutti questi anni, il lavoro del professor Salvarani e della sua équipe reggiana, ha raggiunto risultati importantissimi nello studio e nella cura di queste patologie, tutte improntate al miglioramento della qualità della vita dei pazienti, rallentando il più possibile l'avanzare di malattie che in molti casi sono decisamente invalidanti. Ora, con questa ricerca a base di terapie Car-T, a cui partecipa la Sanità dell'Emilia Romagna (con la Reumatologia del Santa Maria Nuova e il Sant'Orsola di Bologna), quel velo di frustrazione legato alle non guarigioni potrebbe davvero sparire. Lo slogan è efficace: reset del sistema immunitario, come quando si riavvia un hardware o un software, azzerando tutte le informazioni, i bug, gli errori e lo si ricondiziona, riportandolo alla condizione iniziale.

Professor Salvarani è davvero questo che si sta riuscendo a fare?

«La novità di questi studi consiste proprio nella possibilità di interrompere profondamente il circuito che sostiene l’autoimmunità. Quando i linfociti B ricompaiono, la speranza è che il sistema immunitario ricostruisca le proprie difese senza riprendere l’attacco contro l’organismo. È questo il significato del cosiddetto “reset immunitario”. La prospettiva è ottenere, con un trattamento limitato nel tempo, una remissione duratura e possibilmente senza necessità di continuare le terapie immunosoppressive».

Un deciso cambio di passo rispetto anche al recente passato, non è così?

«Certo. E questo nonostante si siano comunque fatti passi importanti anche dal punto di vista farmacologico, nell’ambito della cura delle malattie autoimmuni. I farmaci attuali hanno migliorato enormemente la vita dei pazienti, ma spesso richiedono trattamenti prolungati con più immunosoppressori, incluso il cortisone, talvolta necessario per tutta la vita. Queste terapie possono comportare effetti collaterali anche gravi, con un impatto significativo sulla salute e sulla qualità di vita».

L’obiettivo può essere quello di dire addio a terapie per tutta la vita?

«La strada è ancora lunga e con la sperimentazione che ci vede protagonisti speriamo di renderla più breve. Con le Car-T si cerca di ottenere, attraverso un trattamento concentrato nel tempo che prevede una singola infusione, una remissione duratura senza la necessità di una terapia immunosoppressiva che invece accompagni il paziente per tutta la vita. La prima esperienza clinica risale al 2021, grazie al lavoro del gruppo del professor Georg Schett, reumatologo e immunologo di fama internazionale dell’Università di Erlangen-Norimberga, in Germania. Un grande medico e mio amico personale, con cui ho condiviso il lavoro all’interno della Fondazione scientifica della Società europea di Reumatologia. In questo caso, il “paziente zero”, una giovane donna affetta da lupus eritematoso sistemico resistente a tutte le terapie, ha visto la malattia andare in completa remissione fino a permetterle anche di portare a termine una gravidanza. Da allora, gli studi si sono estesi alla sclerosi sistemica, alle miopatie infiammatorie, ad alcune vasculiti e all’artrite reumatoide. Le evidenze disponibili variano però secondo la malattia e solitamente provengono da piccoli studi clinici, per cui le evidenze andranno confermate da studi clinici controllati su un numero adeguato di pazienti».

In cosa consisterà la sperimentazione che coinvolge il suo reparto?

«Il progetto coinvolge la Reumatologia di Reggio e la Neurologia di Bologna per la selezione dei pazienti e la valutazione della risposta alla terapia. La produzione e l’infusione delle cellule Car-T sarà fatta all’interno dell’Unità operativa di trapianto e terapie cellulari del Policlinico Sant’Orsola di Bologna in collaborazione con l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Il valore dello studio è portare questa innovazione all’interno di un percorso pubblico di ricerca, valutandone con rigore efficacia, sicurezza e durata della risposta. È anche un investimento nella capacità del sistema sanitario regionale di sviluppare nuove cure, unendo esperienza clinica e competenze di laboratorio, con la prospettiva di ridurre sensibilmente i costi rispetto alla produzione industriale e favorire l’accesso dei pazienti alle terapie cellulari».

Una ricerca che riuscirà grazie a un lavoro di squadra da parte degli ospedali coinvolti?

«Certamente. Una terapia così innovativa richiede una squadra che accompagni il paziente lungo tutto il percorso, dalla valutazione iniziale alla preparazione delle cellule, fino al trattamento e ai controlli negli anni successivi. Reumatologi e neurologi mettono a disposizione la conoscenza delle malattie autoimmuni e delle loro manifestazioni nei diversi organi. Insieme valutano i possibili candidati, considerando la gravità della malattia, le terapie già effettuate e le condizioni generali della persona. Il confronto con gli altri specialisti consente di costruire un percorso adeguato alle necessità di ciascun paziente e di riconoscere tempestivamente eventuali complicanze. Un ruolo altrettanto importante spetta agli infermieri e al personale nelle diverse fasi di assistenza al paziente, garantendo continuità, informazione e sostegno a loro e alle loro famiglie».

Una particolarità dello studio Betelgeuse che vi coinvolge è che è finanziato dalla Regione.

«È così, e questo comporterà una riduzione significativa dei costi. Lo studio Betelgeuse (il nome di una stella, ndr) è uno studio definito “basket” perché include malattie diverse in un unico protocollo. Gli obiettivi sono valutare sicurezza, fattibilità ed efficacia clinica del trattamento e individuare la dose raccomandata».

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