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L’intervista

«Il caso Saman usato dai genitori per spaventare le figlie ribelli»

Jacopo Della Porta
«Il caso Saman usato dai genitori per spaventare le figlie ribelli»

Clarice Carassi, presidente di Trama di Terre, interviene sui matrimoni forzati: «Il processo ai genitori? Importante per contrastare questa violenza di genere»

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Novellara «Le giovani donne che accogliamo ci raccontano che l’esempio di Saman viene spesso richiamato dai genitori con finalità intimidatorie, per dissuaderle da ogni iniziativa di ribellione alle imposizioni della famiglia». A raccontarlo è Clarice Carassi, presidente di Trama di Terre, associazione di Imola tra le prime in Italia a occuparsi del fenomeno dei matrimoni forzati, attiva su questo fronte dal 2010. L’associazione si è costituita parte civile nel processo per l’omicidio della 18enne uccisa il primo maggio 2021 dalla famiglia. A quasi sei anni dalla denuncia presentata dalla ragazza, si è aperto anche il processo per il tentativo di costringerla al matrimonio. Imputato è il padre, Shabbar Abbas, mentre la madre comparirà davanti al giudice a gennaio.

Che ruolo ha avuto il rifiuto del matrimonio imposto dalla famiglia nella tragedia di Saman?
«Saman Abbas è stata uccisa perché si è ribellata alle imposizioni della famiglia, alle costrizioni di matrice patriarcale, che assegnano i destini delle donne alle scelte degli uomini e che ne tacitano ogni libera autodeterminazione. Conoscere questi meccanismi è fondamentale, così come saper cogliere i segnali spia di contesti familiari dove viene esercitato nei confronti delle giovani donne un sistema di costrizione e di dominio».

Il caso Saman ha portato il tema dei matrimoni forzati all’attenzione dell’opinione pubblica italiana. Che cosa è cambiato nella consapevolezza del fenomeno?
«La vicenda giudiziaria ha rappresentato uno spartiacque nella percezione collettiva di questa forma di violenza di genere, contribuendo a renderne più evidente la diffusione. Nel 2021 il reato di induzione e costrizione al matrimonio era stato introdotto da soli due anni, con il Codice Rosso. Era dunque un fenomeno ancora poco conosciuto. Pesava anche una visione, purtroppo ancora persistente, che considera queste pratiche tradizioni appartenenti a culture diverse e lontane dalla nostra. Una visione confutata dai dati nazionali e dalla nostra stessa storia sociale e giuridica. Non dimentichiamo il matrimonio riparatore, un istituto giuridico assimilabile al matrimonio imposto, abolito solo nel 1981».
E nella capacità di riconoscere e contrastare queste situazioni?
«La risonanza mediatica della vicenda processuale ha avuto un impatto sulla conoscenza, sia sociale sia giudiziaria, del fenomeno. Oggi è più chiaro che il matrimonio forzato rappresenta una delle forme della violenza di genere contro le donne e che spesso si accompagna ad altre forme di violenza domestica. Il suo carattere interculturale non deve distrarre dalla matrice patriarcale e discriminatoria, dalla cultura del possesso e del dominio maschile sulla donna. Un contributo importante è venuto anche dalla partecipazione dei centri antiviolenza come parti civili al processo».
Dopo il caso Saman, altre ragazze hanno trovato la forza di chiedere aiuto? Che cosa emerge dalla vostra esperienza?
«Il numero di giovani donne che si ribellano al destino imposto e che accogliamo prima che il matrimonio forzato si compia ci offre un’altra lettura del fenomeno. Da gennaio 2026 abbiamo accolto dieci giovani donne nelle nostre case rifugio. A loro si aggiungono quattordici donne richiedenti asilo, accolte dalla nostra area rifugiate, con un vissuto di matrimonio forzato. Ci sono poi gli interventi richiesti dai servizi del territorio e da altri centri antiviolenza, anche per attivare il Codice Rosso. Questi numeri ci dicono che il fenomeno è oggi più conosciuto e che le giovani donne percepiscono la possibilità di affrancarsi dal contesto familiare e di trovare protezione. Resta però necessario che tutta la rete coinvolta conosca bene il fenomeno e le sue caratteristiche, per leggere in tempo i segnali di allarme. Questo è possibile solo con una formazione periodica e specialistica».

Il processo ai genitori inizia a sei anni da quando Saman denunciò i genitori per un tentativo di matrimonio forzato. Che valore ha?
«Anche se, per ragioni procedurali, il processo si celebra soltanto oggi, la sua importanza resta intatta. Portare in tribunale queste condotte ha un valore che va oltre il singolo caso, perché contribuisce a riconoscere e contrastare una forma di violenza di genere».
Trama di Terre si è costituita parte civile nel processo per l’omicidio di Saman.
«Ci siamo costituite parti civili per portare il nostro pensiero politico e la conoscenza che abbiamo del fenomeno dei matrimoni forzati, di cui ci occupiamo dal 2010. Lo abbiamo fatto per testimoniare la matrice inculturale, patriarcale e discriminatoria che fa da sfondo e spiega una storia di costrizione e di dominio, e che rappresenta una delle forme più gravi della violenza di genere». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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