Gazzetta di Reggio

Reggio

Il racconto

Finisce l’occupazione al Chierici, il viaggio dentro all’autogestione degli studenti: «Pulizie, regole ferree e niente social»

Manuel Marinelli
Finisce l’occupazione al Chierici, il viaggio dentro all’autogestione degli studenti: «Pulizie, regole ferree e niente social»

Dormitori nelle aule e il divieto di alcol e social, gli alunni del liceo di Reggio Emilia raccontano l'organizzazione dietro la protesta: «Non è un capriccio, chiediamo laboratori idonei e più ascolto»

3 MINUTI DI LETTURA





Reggio Emilia Al nostro arrivo sono in corso le pulizie, dall’ingresso si intravedono spugne e un mocio che fa avanti e indietro. I ragazzi preferiscono non far entrare i giornalisti, ma sono comunque felici di raccontare come si stanno gestendo e perché stanno occupando la loro scuola da lunedì.

Gli studenti dell’istituto Chierici non si fermano: hanno richieste precise e precisa è anche l’organizzazione dietro all’occupazione che da giorni impedisce il regolare svolgimento delle lezioni. È facile rendersene conto anche solo affacciandosi all’ingresso, dove un cartellone fissa le regole da seguire, si intitola «Istruzioni per una cute (carina in inglese) occupazione» e come prima “direttiva” vi è quella di non introdurre alcol o sostanze stupefacenti all’interno della scuola. «No polvere da sparo, no accendini da cucina, vietato entrare nelle aule chiuse, vietato condividere quello che accade sui social, vietato sporgersi dalle finestre». Poi gli obblighi: «informare i referenti del piano prima di spostarsi, informare i referenti della stanza per effettuare una chiamata». Insomma, non si scherza.

«E se qualcuno si sente male?» chiediamo. «Diversi di noi hanno fatto un corso di primo soccorso, se qualcuno dovesse avere bisogno di un medico c’è chi è adibito a chiamarlo». Dentro sono circa una sessantina, ma solo alcuni rimangono h24, altri stanno solo in orario scolastico e poi se ne vanno. Sono riconoscibili dalle occhiaie, anche perché qualcuno a presidiare gli ingressi ci deve sempre essere. Tutto funziona grazie a una gerarchia: un gruppetto di sei studenti – che ha il compiti di tenere i rapporti con la preside – ha tutto sotto controllo. Le aule occupate servono da dormitori, altre per ospitare assemblee quotidiane in cui si portano all’attenzione del gruppo le segnalazioni arrivate e le testimonianze dirette degli studenti e delle studentesse.

Il viavai è continuo: i ragazzi entrano ed escono, specialmente negli orari dei pasti. Qualcuno trova ristoro con un kebab, altri rientrano con le buste del McDonald’s. Nel frattempo dentro, a turni, si pulisce la scuola: quando tutto sarà finito i ragazzi vogliono riconsegnarla nelle stesse condizioni, anche migliori se possibile. Vogliono far capire che il loro non è un capriccio, un modo per saltare la scuola. E hanno trovato sostegno, a casa e a scuola. «I miei genitori? Mi supportano e sono con me – spiega una studentessa – Mi portano da mangiare a pranzo, mi chiedono se ho bisogno di qualcosa. Anche altri genitori sostengono la causa: andiamo a casa di alcuni per lavarci, a turni, per non lasciare la scuola vuota».

Ma anche parte del corpo docenti ha mostrato vicinanza ai ragazzi e alle ragazze in sciopero. «Qualche giorno fa ho incontrato un prof. al bar, mi ha detto che stavamo facendo la cosa giusta e che se avevamo bisogno di qualcosa lui c’era. È bello ricevere sostegno da loro, ci fa capire che non siamo soli» racconta un altro studente all’ingresso della scuola. L’occupazione potrebbe finire oggi, o almeno questo è quello che trapela. Sempre che gli studenti raggiungano il loro obiettivo: un documento firmato dalla preside in cui vogliono veder riconosciute le loro richieste.

«Non pretendiamo che questa mobilitazione abbia un effetto immediato: se tra cinque anni la nostra scuola sarà un posto migliore in cui studiare per i nostri colleghi di domani saremo contenti. In primis chiediamo infrastrutture migliori: abbiamo laboratori inadeguati, piccoli e non congrui a chi deve disegnare e progettare. D’estate c’è caldo, d’inverno soffriamo il freddo. Non è accettabile, non può essere la normalità. Senza considerare le difficoltà di accesso per chi ha disabilità. E poi chiediamo di essere più ascoltati: l’educazione sessuale deve tornare tra i banchi, è un discorso di consapevolezza che non può essere considerato ancora un tabù. L’anno scorso, insieme ad Anpi, avevamo organizzato un progetto sull’antifascismo che non era stato autorizzato. Per noi anche questo è un tema sentito e da riconoscere» concludono in coro gli studenti. 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google