Il giro del mondo a piedi in 470 giorni: Gianmarco Pedrini e la sfida di una vita
Il reggiano è tornato ieri mattina in centro dopo un viaggio iniziato a luglio 2025: «Non mi sono mai sentito solo, certe esperienze nei paesi mi hanno lasciato lezioni importanti»
Reggio Emilia Jules Verne, autore del celeberrimo “Il giro del mondo in 80 giorni”, non avrebbe immaginato una sfida così ardua. Gianmarco Pedrini, 33enne reggiano, ha completato il giro in 470 giornate, visitando una ventina di paesi in tre continenti. Qualche spostamento l’ha dovuto fare in aereo, inevitabilmente, ma la maggior parte dei chilometri Gianmarco li ha fatti a piedi. Un viaggio utile anche per pensare e riflettere e trovare, appunto, nuove idee. Ieri mattina, Gianmarco è tornato in piazza San Prospero, dopo aver iniziato nel luglio 2025 un viaggio in solitudine. Ad accoglierlo, la sua famiglia rappresentata dalla sorella, dalla zia e dalla cugina, mentre i genitori gli erano andati incontro sul nostro Appennino, a Lagastrello. Tra le prime cose nel cuore della nostra città, una medaglia ricevuta dalla sorella Sofia con la scritta “Proud of you” (Orgogliosi di te, ndr) e due fette di erbazzone, come a volersi riappropriare della nostra identità anche a livello culinario dopo aver conosciuto, letteralmente, mezzo mondo.
Il viaggio
«Da diversi anni non abito più a Reggio e ho vissuto tra Londra, Parigi, Berlino e Copenaghen–racconta Gianmarco–. Nella vita gestisco uno studio artistico che si chiama Pump e mi definisco un documentarista. Ero alla ricerca di ispirazione, e così un anno e mezzo fa mi sono messo in moto. Diciamo che mi sono fidato del mio istinto. Da Reggio sono arrivato ad Ancona, e da lì ho preso il traghetto per Spalato. Da quel momento è iniziato un lungo pellegrinaggio tra Bosnia, Montenegro, Albania, Azerbaijan sino all’Uzbekistan. Una volta in Asia, ho fatto Cina, Vietnam, Giappone, per poi approdare in America. Da lì, l’aereo per Lisbona e poi ancora a piedi verso Reggio, passando attraverso il cammino di Santiago de Compostela e i Pirenei». Non ha voluto fare grandi festeggiamenti ma ora è contento di essere tornato a casa. Durante il viaggio non sono mancati i momenti di difficoltà ma Gianmarco precisa: «Non mi sono mai sentito solo. Nessuno sarebbe venuto con me e poi io da solo sto bene. A volte mi sono trovato a contatto con animali e con la natura dormendo dove capitava ma se la sono sempre cavata. I primi tempi, oltre al grande caldo, ho dovuto convivere con i piedi che mi sanguinavano. Certe esperienze nei paesi mi hanno lasciato lezioni importanti».
Il bastone consumato
Pedrini spiega ad esempio che in Usa si è ritrovato in un wrestling di paese in cui ognuno degli abitanti aveva un ruolo specifico, in una sorta di finzione-entertainment a stelle e strisce, mentre che il bastone con cui si è poggiato e con il quale, zaino in spalla, è arrivato in piazza San Prospero, era più lungo: «Me l’hanno dato in Cina ma si è consumato marciando chilometri». Le lingue, per chi vive all’estero abitualmente, non sono mai state un problema, ma è anche grazie al linguaggio non verbale che Pedrini ha potuto conversare con la signora giapponese, il macellaio dei Balcani o coi coetanei trovati nei diversi stati. Materiale condiviso regolarmente sui social network.
Al lavoro per un documentario
All’orizzonte non sono previsti altri viaggi, ma l’idea è chiara: «Ora mi fermo un attimo, anche perché devo recuperare dei chili (ride, ndr). Quello che ho vissuto, poi, lo vorrei far confluire in un documentario o in un altro prodotto artistico. Io e il mio socio Eugenio Superchi vorremmo trovare uno spazio ibrido a Reggio. L’ideale sarebbe che fosse di 2-3mila metri quadrati, ma inizialmente potremmo accontentarci di meno. Abbiamo delle idee culturali e vorremmo ridare slancio alla nostra città e per questo siamo già in contatto col Comune e con Stu Reggiane. Potremmo farlo nelle grandi capitali europee, ma vogliamo anche cancellare l’idea che qui non ci sia nulla da fare e niente di attrattivo. Essendo stato tanto tempo fuori, quando torniamo vediamo un potenziale da sfruttare a differenza di chi invece vive qua». «Va benissimo il binomio cibo-musica, ma serve anche qualcosa di nuovo. Saremmo in collaborazione col collettivo Acid Tank. Reggio – conclude Gianmarco– deve acquistare un posto nella mappa artistica».
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