Salvò i libri di Firenze dall’alluvione: ora il reggiano Ugo Pellini è un angelo del fango ufficiale
A sessant’anni dalla catastrofe, il 78enne di Reggio Emilia riceve il riconoscimento dall’Ateneo fiorentino. Il ricordo di quel 4 novembre e la catena umana alla Biblioteca Nazionale
Reggio Emilia Sono trascorsi sessant’anni. C’erano almeno duecento reggiani fra i giovani “angeli del fango” che accorsero prontamente a Firenze sommersa dall’alluvione e contribuirono a salvare il suo immenso patrimonio di opere d’arte, dipinti, codici e volumi preziosi. Era il 4 novembre 1966. Dopo dieci giorni di pioggia incessante l’Arno superò gli argini, causando una delle più gravi catastrofi naturali della storia italiana. Non c’era la Protezione civile. Fu mobilitato l’esercito, ma non bastava.
Il Governo diramò un appello agli studenti delle scuole superiori di ogni provincia. Reggio Emilia diede una risposta corale e immediata. Lo racconta il settantottenne Ugo Pellini, che dalla città medicea ha ricevuto ieri il riconoscimento ufficiale di “angelo del fango” e l’invito, in quanto tale, a partecipare all’inaugurazione della mostra di inedite fotografie della disastrosa inondazione allestita dall’Università di Firenze. «Frequentavo la quinta dell’istituto tecnico Nobili. Una mattina entrò in classe il preside, che chiese chi era disponibile ad andare ad aiutare i fiorentini. Non ci pensai un attimo. Insieme a quasi tutti i miei compagni di classe, il giorno dopo, alle sei di mattina, mi recai in piazza Cavour, davanti alla Banca d’Italia. Non c’era un’organizzazione di riferimento, non c’erano i nostri professori. Salimmo su un camion militare coperto con un telo, che ci portò a Firenze, dove pioveva ancora. Rimasi impressionato dalle strade infangate e dalla tanta gente che, armata di badile, cercava di fare uscire la melma dalle case e dai negozi. Ci scaricarono davanti alla Biblioteca Nazionale Centrale».
Prosegue Pellini: «Davanti all’ingresso c’erano montagne di segatura, sopra la quale erano sdraiati dei soldati. Un signore, forse un insegnante, ci disse di entrare nella catena umana di ragazzi, di tutte le provenienze, che si passavano di mano in mano i libri infangati per portarli ai piani superiori. Ci si scambiava qualche parola. Di tanto in tanto sbirciavo il titolo di qualche copertina non completamente imbrattata». Pellini era allora fra i tanti coetanei che ostentavano lunghe capigliature e folte barbe. I “capelloni” erano disprezzati dai benpensanti come pidocchiosi e neghittosi. Pochi mesi prima, nello stesso 1966, i Nomadi se n’erano invece fatti i portabandiera: “Come potete giudicar, come potete condannar. .. Chi vi credete che noi siam, per i capelli che portiam”. La partecipazione al salvataggio di Firenze concorse a farli uscire dal discredito. Qualunque fosse la loro acconciatura, quei ragazzi diedero infatti prova di una coscienza civile e di una generosità assolutamente gratuita, che oggi apparirebbero temerarie, se non addirittura eroiche.
«Verso mezzogiorno - continua Pellini - mi tolsi dalla “catena di montaggio” per il pranzo in un grande salone che, ricordo, consisteva in un grosso panino con la pancetta. Poi ci dissero che dovevamo andare a fare la puntura antitetanica. Allora mi eclissai e girovagai un po’ per la città. Verso sera, con i vestiti tutti inzaccherati, tornai ai camion (ce n’erano dieci partiti da Reggio), dove ritrovai i miei compagni. Alcuni erano arrivati fino a Ponte Vecchio, anche allora pieno di oreficerie, e raccontarono che furono allontanati dai carabinieri con i mitra spianati. Al ritorno, visto il freddo, ci scaldammo avvinghiati sul cassone dell’automezzo». Non esistono registri in cui quei melmosi cherubini fossero annotati. Pellini è fra i pochi che l’Università di Firenze, tramite il Centro Documentazione sull’Alluvione, ha potuto rintracciare e includere nell’archivio e nell’elenco ufficiale, allo scopo di raccogliere le testimonianze di chi donò tanta solidarietà senza ricevere in cambio neppure un pasto decente e una doccia calda. Tanti altri, però, compresi i reggiani, possono segnalare la propria partecipazione, magari riconoscendosi nelle fotografie di quei giorni, che rimarranno esposte fino al prossimo 31 dicembre nella Biblioteca umanistica dell’Università di Firenze.
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