Saman, le motivazioni della Cassazione: la madre non era sottomessa al marito. «Agì con autonomia». Un delitto figlio della «più bieca visione patriarcale»
Perché anche per i giudici di terzo grado l’omicidio fu premeditato: il piano era stato deciso da tempo e venne attuato quando la 18enne scelse di lasciare definitivamente la famiglia per vivere libera
Novellara «L’omicidio di Saman non è da considerare un atto d’impeto, o comunque estemporaneo, come erroneamente ritenuto in primo grado, ma una decisione premeditata». Il movente va ricercato nel «disonore arrecato dalla ragazza, che intendeva vivere secondo canoni sociali diversi da quelli di origine». La Cassazione, nelle motivazioni depositate ieri della sentenza pronunciata il 15 luglio, con la quale aveva confermato l’ergastolo per i genitori Shabbar Abbas e Nazia Shaheen e i cugini Ikram Ijaz e Noman Ul Haq, e la condanna a 22 anni per lo zio Danish Hasnain, ribadisce quanto già stabilito dalla Corte d’assise d’appello di Bologna: il delitto fu premeditato.
«Il proposito di uccidere era insorto e si era mantenuto nel tempo, ma la sua esecuzione fu subordinata alla decisione di Saman di lasciare, stavolta definitivamente, il nucleo familiare e sottrarsi al relativo controllo. Quando tale decisione si manifestò in modo irreversibile agli occhi del padre, tramite l’abusiva intromissione nelle conversazioni private della ragazza, il piano venne attuato». In primo grado, a Reggio Emilia, era stata invece esclusa la premeditazione: si riteneva che la decisione di uccidere la diciottenne fosse maturata nella notte del 30 aprile 2021, quando Saman aveva deciso di lasciare nuovamente la casa. Un altro passaggio importante, anche per il principio di diritto enunciato dalla Cassazione, riguarda l’aggravante dei motivi abietti, cioè spregevoli. I giudici di primo grado l’avevano esclusa tenendo conto del contesto culturale di provenienza degli imputati, nel quale il comportamento della figlia era percepito come fonte di disonore. Va precisato che la Corte di Reggio Emilia non aveva riconosciuto alcuna attenuante legata a motivazioni culturali, ma aveva ritenuto che il movente non potesse essere considerato abietto alla luce delle convinzioni degli imputati. La Cassazione conferma invece la valutazione dei giudici d’appello, che hanno riconosciuto l’aggravante.
La sentenza parla di «un’azione caratterizzata da violenza estrema, posta in essere per emendare e sanzionare una pretesa colpa, che in realtà consisteva nel legittimo desiderio della vittima di vivere liberamente e di autodeterminarsi». Una violenza definita «espressione di uno spirito punitivo criminale degno della più bieca visione patriarcale dei rapporti familiari». La Suprema Corte chiarisce pertanto che «né il richiamo a tradizioni culturali, religiose o familiari può escludere il carattere ignobile del movente, dovendo tali concezioni cedere di fronte alla tutela dei diritti fondamentali della persona riconosciuti dall’ordinamento costituzionale».
Diversi passaggi delle motivazioni sono dedicati al ruolo della madre, Nazia Shaheen. La Cassazione respinge la ricostruzione di una donna che avrebbe agito sotto il controllo del marito, senza autonomia decisionale. Al contrario, le attribuisce «una risolutezza non comune nell’attuazione di quello che era, in tutta evidenza, un piano concordato». Un elemento centrale è il comportamento della donna nella notte dell’omicidio. Nazia fu l’ultima persona ripresa dalle telecamere insieme a Saman: accompagnò la figlia oltre il raggio delle riprese, tornando indietro dopo meno di un minuto. La Cassazione condivide la ricostruzione dei giudici d’appello, secondo i quali la madre «accompagna la figlia a morire», conducendola, ignara, verso lo stradello dove l’attendevano gli altri familiari. «Una volta appurato che Saman se ne sarebbe andata, l’imputata ha mandato a compimento con fredda lucidità il programma omicida». Nazia, pur non avendo partecipato materialmente allo scavo della fossa, era «parte integrante del piano di morte».
Secondo la Cassazione, agì con «iniziativa, determinatezza e sostanziale autonomia decisionale», e non come una figura inconsapevole o semplicemente sottomessa alla volontà del marito. La Suprema Corte conferma infine l’attendibilità di Ali Haider, fratello minore di Saman, le cui dichiarazioni hanno avuto un ruolo importante nella ricostruzione del delitto, mentre in primo grado il valore della sua testimonianza era stato svalutato. Le variazioni e le integrazioni del suo racconto vengono considerate compatibili con le condizioni di un ragazzo «particolarmente vulnerabile, traumatizzato dall’omicidio della sorella e sottoposto a fortissime pressioni familiari». A più di duemila giorni dal delitto di Saman, la Cassazione, con il deposito delle motivazioni, ha chiuso il cerchio sulla vicenda giudiziaria. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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