Gazzetta di Reggio

Dall’inserto Scuola2030

Indagine allo Scaruffi, in 300 dicono la loro sui metal detector a scuola: ecco come la pensano studenti e prof

Nicolò Montanari*
Indagine allo Scaruffi, in 300 dicono la loro sui metal detector a scuola: ecco come la pensano studenti e prof

Uno dei quesiti chiedeva agli intervistati se ritenessero che il metal detector potesse essere, a loro avviso, uno strumento idoneo per risolvere la dilagante violenza giovanile

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Sull’omicidio del 18enne Youssef Abanoub, ucciso la mattina del 16 gennaio all’interno dell’Istituto “Domenico Chiodo” di La Spezia da un suo compagno di scuola, e sulla successiva proposta del Ministro dell’Istruzione Valditara di introdurre metal detector nelle scuole per scongiurare il ripetersi di episodi simili, si sono espressi oltre 300 tra studenti e docenti dello Scaruffi Levi Tricolore attraverso un questionario elaborato dalla redazione del giornalino d’istituto.

Il questionario, anonimo e rivolto a tutti su base volontaria, ha visto – come detto – la partecipazione di circa 300 tra studenti (90%) e docenti (10%), in perfetta rappresentanza di quella che è la composizione organica dell’istituto, che conta poco più di 1100 alunni e circa 110 professori. Articolato su tre quesiti, ha registrato dati e opinioni molto interessanti.

La prima domanda, con la quale si chiedeva agli intervistati se si sentirebbero più al sicuro con un metal detector installato a scuola, ha visto circa un terzo delle persone (34%) rispondere in modo affermativo; il 56% di loro ha invece affermato che non percepirebbe alcuna differenza nel livello di sicurezza, mentre il 10% ha dichiarato che si sentirebbe addirittura più in pericolo di prima.

Il secondo quesito chiedeva invece agli intervistati se ritenessero che il metal detector potesse essere, a loro avviso, uno strumento idoneo per risolvere la dilagante violenza giovanile. Questa volta la distribuzione delle risposte è stata più omogenea: un 40% circa ha risposto negativamente, non individuando nei metal detector uno strumento risolutivo, un altro 40% si è detto invece incerto, scegliendo l’opzione “forse”, e soltanto il restante 20% ha risposto affermativamente.

L’ultima domanda, che chiedeva cosa, secondo i partecipanti al questionario, potesse fare concretamente la scuola per affrontare il fenomeno della violenza giovanile, era presentata in forma di domanda aperta, lasciando la possibilità all’intervistato di decidere se argomentare o meno la propria posizione. Ben il 73% dei partecipanti ha deciso di condividere la propria riflessione, a dimostrazione dell’interesse e della vicinanza sentiti nella nostra scuola per l’argomento trattato. Analizzando le risposte ricevute, ecco cosa è emerso. Per cominciare, gli studenti chiedono che da parte della scuola ci sia un maggiore ascolto e dialogo, sottolineando la necessità di avere luoghi sicuri dove poter parlare di come gestire le proprie emozioni, trattando anche temi come il rispetto, la gestione della rabbia e il contrasto a fenomeni violenti come il bullismo; da molti il metal detector è considerato come un segnale di sfiducia e una soluzione che non risolverebbe la questione alla radice: numerose sono infatti le risposte di chi considera il fenomeno un problema soprattutto culturale. Condivisa anche dalla gran parte dei docenti l’opinione degli studenti sull’introduzione del metal detector, visto come una soluzione superficiale e che rischia di creare un “clima di sospetto”. Questi ultimi chiedono inoltre che il loro lavoro educativo sia maggiormente sostenuto attraverso una collaborazione più forte e costante da parte delle famiglie e delle istituzioni, investendo in progetti educativi seri e strutturati. L’obiettivo è evitare di ridurre la scuola a un mero luogo di controllo. È inoltre opinione abbastanza diffusa che il grado di sicurezza percepito sia diminuito e che sia necessario adottare misure ferme nei confronti di chi mette in pericolo gli altri membri della comunità scolastica.

*Studente dell’istituto Scaruffi Levi Tricolore

Il questionario è stato realizzato dalla studentessa Simona Sivagnanamoorthy

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