Gazzetta di Reggio

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La campionessa Clapcich: «Chiedeteci di sport, non dei nostri figli. La vela mi aiutata nel sentirmi accettata»

Davide Manghi e Lucrezia Borrelli*
La campionessa Clapcich: «Chiedeteci di sport, non dei nostri figli. La vela mi aiutata nel sentirmi accettata»

La velista è l'unica italiana ad aver vinto The Ocean Race. Da anni è impegnata nella promozione della parità di genere nel suo sport

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«Ritengo che sia troppo semplice chiudere gli occhi di fronte alle problematiche ambientali e alle loro conseguenze sociali ed economiche». Così è intervenuta Francesca Clapcich all’incontro “1-1 Parole al centro” tenutosi lo scorso 20 gennaio al Mapei Stadium. Velista classe 1988 e originaria di Trieste, ha rappresentato per due volte la nazionale azzurra alle Olimpiadi, prima a Londra nel 2012 e poi a Rio de Janeiro nel 2016. L’incontro, che ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Simona Giorgetta, amministratrice unica del Mapei Stadium, e di Giorgio Minisini, campione mondiale di nuoto artistico, ha avuto come tema principale il corpo, inteso come luogo di libertà e di potere nello sport. Nel corso del dibattito è stato domandando agli sportivi presenti se la disciplina sportiva mista, in cui uomini e donne competono insieme, rappresentasse inclusività o fosse solo finzione. A prendere parola è stata proprio la velista triestina, che ha portato alla luce una disparità spesso sottovalutata nel racconto sportivo: quella mediatica. Secondo Clapcich, infatti, nelle interviste agli uomini vengono rivolte prevalentemente domande tecniche e legate alla prestazione sportiva, mentre alle donne si chiede più spesso della sfera personale, come quella volta che, alla The Ocean Race, una delle regate oceaniche a tappe più prestigiose al mondo, un giornalista ha chiesto – solo a lei – se avesse nostalgia di sua figlia. «Una mancanza di rispetto per entrambi i generi». Gli stessi temi sono stati approfonditi nell’intervista realizzata al termine dell’incontro. Interpellata sul proprio percorso e sull’importanza della vela nel vivere serenamente la propria omosessualità, Clapcich ha sottolineato come lo sport sia stato uno spazio di accettazione: «La vela mi ha aiutata tanto nel sentirmi accettata nel mio ambiente sportivo per quella che ero come persona, senza dovermi definire per il mio orientamento sessuale o per il fatto di essere una donna in un contesto molto maschile. Ho avuto la fortuna di trovare il mio mondo, uno spazio aperto, fatto di persone che mi rispettavano per ciò che ero». Alla domanda su quali “parole non dette” avrebbe voluto sentire nel corso della sua carriera, la risposta è stata netta e diretta: più sport, meno stereotipi. «Mi sarebbe piaciuto ricevere domande più legate alla parte tecnica, allo sport vero e proprio: siamo donne in uno sport meccanico come la vela, ma sappiamo il fatto nostro e, a livello di performance, non abbiamo nulla in meno rispetto alla controparte maschile», ha spiegato, ribadendo l’importanza di una narrazione più equa e competente. Un passaggio centrale dell’intervista ha riguardato l’esperienza olimpica di Rio 2016. A Clapcich è stato chiesto in che modo la partecipazione ai Giochi e il contatto con territori segnati da forti disuguaglianze sociali abbiano influito sulla sua carriera e sulle scelte maturate negli anni successivi. La velista ha spiegato come quell’esperienza abbia rappresentato un punto di svolta, modificando il suo approccio non solo umano ma anche professionale. «La differenza più grande degli ultimi anni è che cerco di non girarmi più dall’altra parte, ma di capire quali siano i problemi. Anche nel mio piccolo, nel mio team e nei miei progetti, provo a fare qualcosa», ha affermato. Una consapevolezza che oggi sente come una responsabilità verso le nuove generazioni: «È sempre più semplice andare avanti per la propria strada senza pensare agli altri, ma non possiamo più permettercelo. A 38 anni sento di avere una responsabilità e, potendo contare su una piattaforma come quella dello sport professionistico, voglio usarla anche per fare del bene». Un incontro che ha dimostrato come, anche nello sport, le parole possono fare la differenza.

*Studenti dell’istituto Scaruffi Levi Tricolore

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