Gli studenti del Nobili incontrano Maiello, il “Maradona delle carceri” che tentò di rapire Zola
L’intervista all’ex detenuto, oggi testimone di incontri sulla legalità delle scuole, è disponibile sul profilo del “NobiliBlog”
Lo scorso 10 febbraio noi studenti dell’istituto Nobili abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Fabrizio Maiello, conosciuto come “Il Maradona delle carceri” grazie principalmente al podcast che gli ha dedicato il giornalista sportivo Marco Cattaneo, che ha fatto conoscere la sua storia a tantissime persone.
La vita di Fabrizio è iniziata a Cesano Maderno, in Brianza, il 4 aprile 1963, e sin da piccolo ha cominciato a tirare calci al pallone nei parchetti e nell’oratorio del suo paese. Il calcio, sua passione incondizionata e viscerale, all’inizio lo ha tenuto lontano da cattive compagnie e dalla criminalità molto diffusa in quegli anni nell’hinterland milanese. Ha iniziato a giocare nelle giovanili del Monza ed era sotto osservazione del Milan, ma a 17 anni, durante una partita di allenamento, si è fatto male al ginocchio sinistro e i dottori gli hanno detto che non avrebbe più giocato a calcio. È cominciata così tutta un’altra storia, fatta di inseguimenti, sparatorie e droga, fino al tentativo, nel 1994, di rapire il calciatore Gianfranco Zola, all’epoca suo idolo. Fabrizio Maiello ha trascorso 24 anni tra carceri e ospedali psichiatrici giudiziari tra cui quello di Reggio Emilia, dove ha ritrovato il pallone e la passione per il calcio, decidendo di dedicarsi alla cura di Giovanni, un uomo molto malato, ritrovando se stesso e riabilitandosi.
Per me è stata la seconda occasione che ho avuto di ascoltarlo, eppure mi ha fatto lo stesso effetto della prima. Non perché racconti cose nuove, ma perché ogni volta ti costringe a guardare la storia da un punto diverso. Quando ho avuto la possibilità di intervistarlo ho capito subito che non volevo fare la favola morale. Volevo capire quanto c’è di vero, quanto c’è di scomodo e quanto, invece, ci riguarda. Fabrizio non inizia come “il criminale”. Era solo un ragazzo: con il calcio, i suoi sogni, l’ambizione. Poi l’infortunio, la frustrazione, le scelte sbagliate. Non un momento preciso, ma una discesa lenta. Da lì il carcere e l’ex ospedale psichiatrico giudiziario (Opg) di Reggio Emilia, quello che lui definisce “l’inferno sulla terra”. Ed è qui che arriva la parte che non ti aspetti. Durante l’incontro ci sono stati momenti in cui si è emozionato davvero. Non la commozione da racconto ripetuto cento volte, ma quella vera, quella che interrompe le frasi. In quel momento non avevo davanti la persona che mi era stata descritta: non un’etichetta, non un personaggio. Ho visto un uomo. Un uomo con una vita travagliata, che ha sofferto, che è stato male, che ha visto il sogno di una vita sparire in un attimo, ma che ha deciso di cambiare. E credo davvero che il cambiamento non arrivi mai troppo tardi.
Quando parla è il primo a mettersi in discussione: «Quello che ho fatto l’ho fatto, ma ho sbagliato. Non dovete prendere esempio da me, ma dovete vedermi come una lezione». Lo ripete a noi giovani, proprio perché il personaggio del criminale a volte sembra quasi affascinante. Lui fa il contrario: lo smonta. «Non fate quello che ho fatto io. Non auguro a nessuno di passare quello che ho passato io». E lo dice senza retorica. La parte più forte arriva quando racconta di Giovanni, l’uomo che tutti prendevano in giro. Un uomo friulano, finito nell’Opg perché durante una discussione aveva spinto un anziano che cadendo era morto. Non aveva coscienza di cosa avesse fatto, non sapeva neanche di non essere più in Friuli, sosteneva di essere figlio di Eisenhower e nipote di Johnson. Era destinato a tre mesi di vita per una malattia, ma Maiello decise di prendersene cura per non abbandonarlo a questa condanna. Giovanni è sopravvissuto, è uscito dall’Opg ed è tornato nella sua città natale in Friuli Venezia Giulia. Fabrizio avrebbe potuto ignorarlo. In carcere sopravvivi così. Invece no. «Aiutare Giovanni è stato il record più bello della mia vita». È stato uno dei momenti in cui l’aula è rimasta in silenzio vero, non il silenzio educato, quello pieno. Prima dell’intervista ha iniziato a palleggiare in classe. Una scena semplice ma stranamente intensa: si vedeva che quello non era un gesto dimostrativo. Era affetto puro. E mentre Fabrizio guardava il pallone si vedeva la luce presente nei suoi occhi per un oggetto così semplice per noi ma così fondamentale per lui. L’amore per il calcio, probabilmente l’unica cosa rimasta uguale in tutta la sua vita.
*Studentessa del Nobili
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