Gazzetta di Reggio

Il personaggio

La storia di Samuele Prandini: lasciare tutto e partire per insegnare matematica in Nepal

di Gabriele Molteni
La storia di Samuele Prandini: lasciare tutto e partire per insegnare matematica in Nepal

Il giovane modenese, ex rappresentante d’istituto del liceo Wiligelmo, vive in Asia da ottobre e lavora in una scuola gesuita: «Un anno trascorso finisce con il cambiare il tuo sguardo sul vivere»

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MODENA. Ci vuole coraggio a lasciare tutto e partire. Lasciare la via che sembra essere già tracciata per immergersi a pieno in una esperienza totalmente nuova. Mettere in pausa il proprio percorso accademico, nonostante le pressioni di una società che ci impone la velocità come unico valore da inseguire, e passare all’improvviso da un lato all’altro della cattedra.  E a Samuele Prandini, ex rappresentante d’istituto del liceo Wiligelmo e Presidente della Consulta, il coraggio non è mancato.

Dopo il diploma, infatti, invece di iscriversi subito alla facoltà di fisica, provando il test di ingresso alla Normale di Pisa, ha scelto di posticipare di 12 mesi l’inizio dell’università per vivere in prima persona una esperienza di volontariato all’estero. Da ottobre vive in Nepal, dove resterà fino alla fine dell’anno scolastico, e insegna matematica e scienze in una scuola fondata dai gesuiti. Una scelta coerente con l’impegno sociale e politico che lo ha sempre contraddistinto.

Come è organizzata la sua giornata tipo?
«La giornata comincia alle 6,30 con la messa, poi alle 7 facciamo colazione tutti insieme e abbiamo il tempo di parlare, programmare i nostri impegni e metterci avanti con la preparazione delle lezioni. Il lavoro in aula inizia solo dopo le 9 e io mi occupo di insegnare scienze e matematica nelle classi che vanno dalla terza media alla terza superiore. Le lezioni finiscono alle 15:30 e, a seconda delle varie giornate, ci sono attività diverse da fare: ho allenato i ragazzi per le competizioni di pallavolo ed atletica e spesso mi trovo a svolgere mansioni come occuparmi dell’orto, dare una mano a cucinare e tagliare gli alberi di banane. Riesco comunque a ritagliarmi del tempo libero per sentire i miei amici e coltivare i miei interessi prima dei vespri serali e della cena».

Come è il rapporto con gli studenti che hanno pochi anni in meno di lei?
«Il rapporto è buono, in Nepal l’autorità dell’insegnante è molto sentita. Prima di iniziare mi ero fatto l’idea sbagliata che i ragazzi qui avessero più voglia di studiare e che vedessero l’istruzione come un modo per migliorare le proprie condizioni economiche, visto che dove sono io quasi tutti provengono da famiglie di contadini. In realtà però gli studenti sono uguali in tutto il mondo e le sfide sono le stesse che affrontano i professori in Italia. Per questo cerco di trovare delle modalità di insegnamento più innovative. Loro sono abituati ad uno studio puramente mnemonico e sto provando ad introdurre un approccio più pratico».

Come è nata la scelta di posticipare di un anno l’inizio dell’università per vivere un’esperienza di volontariato dall’altra parte del mondo?
«La scelta di venire qua è nata dentro di me quando ho realizzato che il volontariato è una parte fondamentale della mia vita. Questo deriva probabilmente dalla mia formazione scout: avevo già fatto volontariato alla Casa della Carità e in una scuola per stranieri che si trova a Nonantola e queste esperienze mi hanno fatto capire che mi sarebbe piaciuto immergermi completamente in una comunità, lavorando come volontario all’estero per un lungo periodo. Ad influenzarmi è stata anche l’educazione ricevuta dai miei genitori: mia madre insegna alle scuole elementari a bambini con difficoltà di apprendimento e mio padre è attivo nel settore migrazione, seguendo ed aiutando i richiedenti asilo. Volevo comprendere in prima persona quelli che sono due temi importanti come le migrazioni e i cambiamenti climatici e ho avuto la conferma che in Nepal impattano moltissimo. Ho visto con i miei occhi come il cambiamento climatico stia modificando l’Himalaya e gli effetti che ha sulle riserve idriche della popolazione. Ora che sono qui il mio scopo è, nel mio piccolo, provare a far comprendere ai ragazzi che hanno le potenzialità per rendere il loro paese un posto migliore».

Poco prima del suo arrivo sono scoppiate In Nepal delle rivolte violentissime di cui ha parlato tutto il mondo e che, visto il coinvolgimento di moltissimi giovani, sono state soprannominate “le Proteste della Generazione Z”. Vivendo lì cosa ha compreso di queste proteste?
«Per capire il Nepal è necessario sapere che è una società estremante variegata, formata da uno straordinario crogiolo di etnie e culture. Qui esistono 142 caste e si parlano 125 lingue diverse, ciò è dovuto alla conformazione montuosa del paese che ha sempre reso complicati gli spostamenti. Fino al 1996 il Nepal era un regno, poi, a seguito di una guerra civile, nel 2006 è nata la Repubblica. La corruzione però è tantissima, i cittadini ne sono consapevoli e ormai non ne possono più. Le proteste sono nate a Katmandu a inizio settembre, inizialmente in modo pacifico, ma dopo le prime morti di manifestanti è scoppiato il caos: i rivoltosi hanno dato fuoco agli edifici del potere nella capitale e in tutte le altre città principali. Lo stesso è successo anche alle case dei politici in cui, tra l’altro, sono state trovate grandi quantità di denaro sospette, alimentando ancora di più la rabbia dei cittadini. Il governo è caduto e a marzo ci saranno nuove elezioni. Il favorito sembra l’attuale sindaco di Katmandu che è ha sostenuto fin dall’inizio i manifestanti».

Cose le ha insegnato questa esperienza?
«Sicuramente mi ha aperto la mente, non è facile comprendere una cultura così lontana dalla nostra. Ho imparato anche ad organizzarmi perché qui le cose da fare sono tante e la lezione più grande che ho ricevuto è: concentrarti sul risolvere un problema al giorno e a fine anno ne avrai risolti 365». 

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