Gazzetta di Reggio

Motori

Dalla Bugatti alla Lamborghini, a tu per tu con Maurizio Reggiani: «Il gruppo vince sempre»

di Jacopo Cacciatore*

	Maurizio Reggiani, "signore delle supercar"
Maurizio Reggiani, "signore delle supercar"

Mirandolese doc, 64 anni, è il “signore delle supercar” avendo ricoperto incarichi di prestigio in due case automobilistiche che sono icone della Motor Valley: «I veri leader garantiscono l’interazione tra le persone. Ecco i miei consigli ai giovani»

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MIRANDOLA. È il 1982, Maurizio Reggiani, mirandolese doc, ha 23 anni quando è assunto in Maserati nell’ufficio tecnico, dove lavora allo sviluppo del motore biturbo. Nell’88 entra in Bugatti e il numero due sul suo cartellino parla chiaro: Reggiani è il primo tecnico voluto da Paolo Stanzani per la rinascita Bugatti. Insieme a lui lavorano uomini del calibro di Mauro Forghieri, Nicola Materazzi e Marcello Gandini. Nella fabbrica di Campogalliano viene infatti prodotta la EB110, un’auto da record per la fine degli Anni ’80: cambio e differenziale integrati vengono realizzati sotto la supervisione tecnica proprio di Reggiani.

L’avventura in Bugatti termina nel 1995, quando Reggiani entra in Lamborghini. Qui lavora ai progetti che porteranno alla realizzazione della Murciélago e della Gallardo. Nel 2006, dopo l’acquisizione di Lamborghini da parte di Audi nel 1998, diventa CTO e dirige la realizzazione della Huracan, della Aventador e della Urus. A coronamento della sua carriera, nel 2023 riceve la laurea ad honorem dell’Alma Mater in Ingegneria Meccanica. Qualche giorno fa abbiamo avuto la fortuna di scambiare due parole con lui su giovani, mondo del lavoro e futuro dell’automotive.

Che consiglio darebbe a un ragazzo della mia età, appassionato di motori, che vorrebbe entrare nel mondo dell’automotive, alla luce del periodo di grande incertezza?

«Purtroppo, è vero: questo è un momento di grande incertezza per il mondo dell’automotive. L’Unione Europea ci ha imposto un obbligo, cioè produrre auto totalmente elettriche, ma non ci ha garantito le infrastrutture adeguate a raggiungere quell’obiettivo in tempi così brevi. Detto questo, sono comunque convinto che se un ragazzo ha una passione forte per le macchine, e in generale per un sistema di trazione, non perderà questa sua vocazione per le auto, siano esse elettriche, a combustione interna o a idrogeno. Ad un giovane ragazzo consiglio di essere pronto a fare sacrifici: oggi l’offerta di lavoro, rappresentata dalle nuove generazioni, è molto più alta di quella che c’era ai miei tempi. La scuola vi permette di sviluppare “hard skill” che ai miei tempi erano pura utopia: voi oggi dovete competere con studenti provenienti da tutto il mondo, l’asticella per entrare nel mondo del lavoro si è alzata molto ed è chiaro che in questo contesto è fondamentale sviluppare capacità solide. Ai tempi della Lamborghini ho collaborato con diverse università italiane, ma ho aperto laboratori anche a Seattle, all'Università di Washington, al MIT a Boston, perché certi campi di ricerca avanzata in America sono migliori dei nostri. Non mi piace mai dire ‘loro sono meglio di noi’, però quando si è nel mondo del lavoro bisogna essere oggettivi. Dovete avere la consapevolezza che, se una azienda deve investire un euro, oggi lo investe dove le frutta di più. Questo vi obbligherà a prendere decisioni difficili, ma non spaventatevi all’idea di andare a studiare e lavorare all’estero».

Quali sono quelle qualità che una grande azienda, come Lamborghini, cerca in un ragazzo? E quali sono quelle qualità che un ragazzo giovane può sviluppare già da adesso per essere più preparato al mondo del lavoro?

«Come dicevo prima, la scuola vi insegna le “hard skill”, e su queste dovete essere bravi, non c’è storia, sono il punto di partenza. Ma un ufficio personale di un’azienda difficilmente può valutare, ad esempio, la vostra capacità di fare calcoli, se farete ingegneria, o di analizzare un bilancio, se farete economia. Quello che un ufficio personale può valutare sono le vostre “soft skill”, cioè la vostra capacità di comunicare e rapportarsi con gli altri. Quando ho iniziato a lavorare io, le aziende erano strutturate in modo molto più verticale e quindi le assunzioni si basavano sulla valutazione delle competenze: un'assunzione ai miei tempi non passava per un ufficio personale, ma attraverso una prova, un compito, che poi i progettisti dell’azienda giudicavano. Il criterio di assunzione, quindi, era semplice: o avevi le competenze o non le avevi, o sapevi lavorare o non sapevi lavorare. Oggi, invece, le aziende lavorano in modo molto più trasversale: le migliori sono quelle in grado di far comunicare correttamente i diversi reparti che compongono l’azienda stessa. Quindi, i veri leader sono quelli in grado di garantire l’interazione fra più persone in un unico processo di produzione. Quello che cercano le aziende oggi non è l’ingegnere che pensa di essere migliore degli altri, ma quello che è più in grado di collaborare con gli altri e motivarli, che accetta le critiche e che sia in grado di creare un unico denominatore comune. Il gruppo è quello che vince sempre».

Nel corso della sua carriera ha lavorato con ingegneri che hanno fatto la storia dell’automotive italiana. Che influenza hanno avuto queste persone nella sua vita e nel suo percorso lavorativo?

«Gli uomini e le donne migliori che mi hanno accompagnato in questo percorso avevano personalità molto forti, che non puoi pensare di copiare, anche perché altrimenti diventeresti una sorta di clone. Bisogna avere la capacità di identificare in queste persone quelle caratteristiche che si vorrebbero avere. Io ho sempre pensato che non si possa prendere tutto di una persona: bisogna prendere quello che si reputa sia una propria mancanza, cioè quello che si vorrebbe avere e non si ha».

Come vede il futuro dei motori elettrici nelle autovetture sportive?

«Credo che un’auto possa essere definita sportiva sulla base principalmente del suo rapporto peso-potenza. Oggi la vera sfida, nelle auto elettriche, è riuscire a costruire una macchina che pesi poco e che riesca a sviluppare molta potenza anche dopo l’accelerazione iniziale, ma questo è molto complesso considerando il peso delle batterie. Per questo, credo che l’idrogeno possa essere in futuro la panacea per auto sportive ma sostenibili».

*studente del Liceo Muratori San Carlo, classe 5F