“Piccole abitudini”, due donne e una libreria viva
Un progetto imprenditoriale femminile vincente in via Coppi a Modena, avviato nel 2014 da Serena Barbieri alla quale si è poi aggiunta Giulia Brandoli: «La gioia più grande? Sapere che, nonostante le difficoltà, qualcosa si sta seminando»
MODENA. Undici anni fa, quando a Modena le librerie indipendenti per bambini erano poche, pochissime, aprirne una nuova significava accettare una sfida. Farlo senza una rete forte alle spalle, fuori dal centro storico e dentro un settore fragile, poi, voleva dire mettersi in gioco. Farlo da donne, ancora di più. La storia di Piccole Abitudini, libreria indipendente aperta nel 2014 in via Alessandro Coppi, parte da qui: da un’intuizione che diventa impresa e da un percorso che nel tempo prende una forma tutta al femminile. Serena Barbieri avvia il progetto con il marito, ma la traiettoria personale, a un certo punto, si spezza. La libreria, però, resta. E si trasforma. Accanto a lei arriva Giulia Brandoli. Insieme, ridisegnano l’equilibrio di un’attività che, come tutte le librerie indipendenti, vive di margini stretti. Si alternano dietro al bancone, si danno il cambio nei turni, condividono le scelte e il peso delle decisioni. Sole. E così, undici anni dopo, quella scommessa pionieristica è diventata una piccola impresa culturale che resiste, cresce, e che racconta molto bene cosa significhi fare imprenditoria indipendente e, soprattutto, femminile.
Barbieri, torniamo dove tutto è iniziato: quando nasce l’idea di aprire la libreria?
«Dalla volontà di creare un’attività che costruisca un rapporto con le persone. Aprii il negozio con mio marito. Poi ci sono state delle vicissitudini personali, una separazione, e in quel momento è entrata Giulia. Tra noi si è creata subito una sintonia molto forte e, da allora, non abbiamo mai smesso di darci il cambio».
E prima di Giulia?
«C’era una parte dedicata alla caffetteria, che gestiva il mio ex marito. Dopo la separazione, ho scelto una linea più definita, realizzando una libreria completa per bambini e ragazzi. Nel 2018, poi, abbiamo ristrutturato lo spazio e abbiamo trovato la forma che ha oggi».
Il nome Piccole Abitudini che filosofia racconta?
«Che ci sono piccole abitudini che fanno bene a tutti. Un buon libro è una di queste». Undici anni fa le diedero della matta «Quando abbiamo aperto a Modena nel 2014 c’era solo un’altra libreria indipendente in tutta la città, e faceva riferimento solo ai bambini. In quel contesto, la nostra è stata una scelta abbastanza pionieristica, anche perché avevamo scelto un locale molto decentrato, e pensavamo potesse essere un ulteriore ostacolo. Col tempo, però, il centro storico è diventato sempre più soffocato dalle catene. E quindi siamo felici così».
Essere libraie indipendenti, nel 2026, cosa significa?
«Che bisogna fare di tutto».
È positivo che il vostro sia un settore molto femminile?
«La presenza delle donne è fortissima come in tutti gli ambiti legati all’infanzia. I librai uomini sono pochi: probabilmente deriva ancora da un immaginario che associa i bambini alla cura e quindi alle donne, un po’ come accade anche nell’insegnamento».
Lo si vede anche tra i lettori?
«Diciamo che quando c’è la festa del papà vendiamo molti più libri di quando invece c’è la festa della mamma (ride, ndr). Che ci si ritrovi da una parte del bancone o dall’altra, la maggioranza è femminile. Sono ancora le donne a occuparsi dell’educazione dei bambini».
Qual è, oggi, la sfida più grande per il settore, secondo lei?
«Servirebbe pubblicare meno e dare ai libri una vita più lunga sugli scaffali. E poi lavorare molto sulla promozione della lettura».
Il rapporto con il territorio serve?
«Assolutamente. Ci è capitato di sentirci dire: “Sarete contente che qui non c’è una biblioteca di quartiere”. In realtà noi la vorremmo moltissimo. Più luoghi di lettura ci sono, più lettori crescono».
Si guardi indietro, ora. Se potesse parlare alla Serena di undici anni fa, cosa le direbbe?
«Le direi di buttarsi. All’inizio è stata una scelta molto istintiva, la mia, quasi un azzardo. Però sta ripagando. Io e Giulia ci siamo mosse al momento giusto nel modo giusto: tant'è che molti altri, dopo, non sono riusciti a creare una dimensione simile alla nostra in città. E hanno dovuto chiudere. Direi che non ci sia soddisfazione più grande di questa: sapere che, nonostante le difficoltà, qualcosa si sta seminando».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
