Gazzetta di Reggio

L’intervista

Il capitano Luciano Masini premiato da Mattarella, il papà: «Orgoglioso di lui e della medaglia»

di Daniele Montanari

	Luciano Masini con il vicesindaco di Polinago, a destra il papà Gianni
Luciano Masini con il vicesindaco di Polinago, a destra il papà Gianni

Il comandante di Villa Verucchio, la notte di Capodanno, ha sparato all’accoltellatore Muhammad Sitta uccidendolo. L’archiviazione in tribunale ha certificato la correttezza del suo operato e il presidente della Repubblica gli ha concesso la medaglia d’argento

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POLINAGO. «Luciano Masini è un orgoglio polinaghese. Siamo sempre stati convinti della correttezza del suo operato, che ora viene certificato con il riconoscimento della più alta carica dello Stato. Rispecchia la sua dedizione all’Arma dei Carabinieri, e i valori qualificanti tutta la famiglia Masini». A sottolinearlo è il vicesindaco di Polinago, Graziano Rossi, in merito alla decisione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di conferire la medaglia d’argento al luogotenente comandante di stazione che il 31 dicembre 2024 a Villa Verucchio, nel Riminese, sparò e uccise il 23enne egiziano Muhammad Sitta, che aveva accoltellato quattro persone e stava dirigendosi con la stessa lama anche contro di lui. Per l’accaduto Masini - originario di Polinago e fino al 2016 comandante della stazione di Frassinoro - venne indagato per eccesso colposo di legittima difesa. Ma grazie ai testimoni e soprattutto ai video che hanno ripreso tutta la scena, il caso è stato archiviato. Ora Mattarella con questa medaglia certifica la sua correttezza. Ed è un orgoglio soprattutto per Gianni Masini, papà di Luciano che vive a Polinago, dove è stato veterinario fino alla pensione. È tuttora alfiere dell’Anc (Associazione nazionale carabinieri) di Lama Mocogno, Polinago e Palagano.

Masini, cos’ha provato quando l’ha saputo?

«Un grande orgoglio per mio figlio. Io sono sempre stato convinto che avesse fatto la cosa giusta, ma sentirlo dire adesso dal presidente della Repubblica... Vuol dire che la cosa è stata valutata bene, e che mio figlio non ha avuto nessun eccesso di legittima difesa. Non può esserlo sparare a un aggressore che ha già accoltellato quattro persone e sta venendo con quel coltello anche contro di te».

Era giusto sparare anche per lei?

«Ma certamente sì. Se fossi stato al posto di mio figlio, io avrei assolutamente fatto la stessa cosa. Avrebbe sbagliato, come pubblico ufficiale, se non avesse sparato. In un Paese civile, le forze dell’ordine hanno il dovere di fermare la follia di una persona che sta attentando all’incolumità di cittadini inermi, senza alcun motivo».

Ha avuto coraggio, oltre che professionalità?

«Eccome, nell’affrontare un individuo come quello ha messo a repentaglio la sua vita per salvare quella degli altri. Come padre, ho pensato spesso a quello che poteva accadere: quella sera potevo perderlo».

Era preoccupato all’inizio per l’indagine?

«Sì, è sempre un’amarezza profonda quando si arriva ad uccidere una persona. Noi poi in famiglia abbiamo sempre seguito valori cristiani di attenzione al prossimo. Mio figlio ha dato prova di questi nel prendere le difese dei più deboli e disarmati, la gente che era lì fuori quella sera. Per fortuna che si sono fatti avanti testimoni, e soprattutto che ci sono stati video che hanno documentato che lui, che è sempre stato un ottimo tiratore, prima dei colpi fatali aveva esploso quelli di avvertimento. Ha fatto tutto quello che poteva per fermarlo, prima di arrivare all’estrema decisione».

Che ragazzo era Luciano?

«Ha sempre avuto un forte senso del dovere. Ha fatto le scuole elementari a Polinago, poi subito l’avviamento professionale a Pavullo. A 16 anni era già a Roma, alla scuola carabinieri. Aveva già fatto la sua scelta di vita, e l’ha sempre onorata».

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