Gazzetta di Reggio

L’intervista

Angelo Alessandri ricorda Umberto Bossi: «Mi fece credere in un sogno: lo avrei seguito anche in galera»

Evaristo Sparvieri
Angelo Alessandri ricorda Umberto Bossi: «Mi fece credere in un sogno: lo avrei seguito anche in galera»

Il guastallese era presidente della Lega Nord ai tempi del Senatur: «Il corpo cedeva, ma la testa era lì. Quando lo vedemmo uscire dal coma e piansi»

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Reggio Emilia «Lo avrei seguito anche in galera». Angelo Alessandri aveva 17 anni quando Umberto Bossi gli fece credere a un sogno: il Nord. Da allora non ha più smesso di crederci. Oggi Alessandri è vice segretario del Patto per il Nord, partito fondato da chi — come lui — ha lasciato la Lega di Salvini ritenendola il tradimento di tutto ciò per cui si era combattuto. La notizia della morte del Senatur lo ha raggiunto attraverso una cascata di messaggi, quelli degli ex militanti, dei compagni di una vita, di gente che come lui porta addosso il peso di un’appartenenza che non passa. «Io ho fatto una vita intera credere a un sogno che mi ha fatto credere lui», dice Alessandri. Non parla di un leader politico come se ne trovano tanti.

Parla di qualcosa di più viscerale, di una fedeltà costruita nei cortei, nelle sezioni, nelle notti passate a organizzare manifestazioni che sfidavano apertamente lo Stato italiano. «Eravamo così matti da lanciare la secessione. Sfidavamo lo stato nazionale. E ci pensassi oggi lo rifarei domattina, quattordici volte, a occhi chiusi». Il rapporto con Bossi non si era mai interrotto, nemmeno quando la malattia aveva cambiato l’uomo. «L’ho visto qualche mese fa, tre o quattro mesi fa – racconta – Avevano un appuntamento già fissato per sabato (domani, ndr). Un appuntamento che purtroppo non ci sarà». «Eravamo in due o tre e andavamo a trovarlo periodicamente. Era sempre una grande emozione». Bossi era fisicamente debole, eppure la testa era rimasta quella di sempre: lucidissima, capace di ricordare tutto, aperta a discutere di politica, di storia, persino di letteratura. «Volevamo parlare del libro che voleva scrivere, sui fiumi in mezzo alle montagne della Lombardia». Un uomo che anche alla fine pensava ai fiumi. Al Po. Alle radici. Alessandri percorse tutta la parabola della Lega al fianco del fondatore. In Emilia fu segretario provinciale, poi per 12 anni segretario nazionale di tutta la nazione Emilia. Portò il partito al 25% in una regione che sembrava impermeabile al leghismo, e quell’impresa gli valse la presidenza federale.

«Lui era segretario e io fui il suo presidente per sette anni», ricorda con una punta di orgoglio mai sopito. Uno dei momenti più nitidi nella sua memoria è il settembre del 1996, quando la Lega lanciò la secessione della Padania con una manifestazione che attraversò il Po da Pian del Re, alle sorgenti sul Monviso, fino a Venezia, dove il 15 settembre Bossi proclamò solennemente l’indipendenza della Repubblica Federale della Padania davanti a decine di migliaia di militanti. Alessandri era lì, nel cuore organizzativo di quell’evento. «Fui responsabile della festa sul fuoco», dice, riferendosi ai fuochi e alle fiaccolate che accompagnarono la tre giorni lungo il grande fiume — riti pagani, quasi druidici, con cui la Lega celebrava il mito celtico e il culto del “dio Po”. Quella manifestazione, che vide centinaia di persone radunate lungo le rive del fiume, fu la più grande nella storia del Carroccio. «Eravamo disposti ad andare anche in galera per lui», afferma Alessandri. E non lo dice come un’iperbole. Un altro momento che gli rimane impresso è il risveglio dal coma di Bossi, a Lugano, dopo l’ictus dell’11 marzo 2004 che cambiò la sua vita. «Eravamo in dodici. Era debolissimo. Ci mettemmo a piangere tutti». Da quel momento in poi, spiega, Bossi non fu più «l’uomo forte del passato».

Ma aveva già dato al popolo del nord qualcosa che nessuno gli poteva togliere: una narrazione collettiva, la sensazione di essere qualcuno, non una periferia da governare da Roma. Il soldo padano finì persino tra le monete esposte al British Museum di Londra. Alessandri lo scoprì di persona durante un viaggio nel 1997. «Nell’ultima sala c’erano le monete storiche, e c’era la moneta del soldo padano, con la faccia di Bossi. Gli inglesi l’avevano messa fra le monete da considerare». Un simbolo che la Lega aveva coniato nel pieno della sfida secessionista, e che aveva varcato la Manica. Poi venne la discesa. Salvini trasformò il partito autonomista in una macchina centralista, nazionalista, proiettata sui palcoscenici nazionali e sull’audience televisiva. «Era il contrario esatto di quello che avevamo costruito», dice Alessandri senza mezzi termini. Bossi, secondo lui, soffriva questa deriva, anche se non poteva più fermarla. Ma aveva ancora abbastanza lucidità e attaccamento per non voltarsi dall’altra parte. E quando Alessandri e altri ex militanti fondarono il Patto per il Nord, il Senatur non rimase estraneo. Anzi: «Il nome ce l’aveva suggerito lui», rivela Alessandri. Un gesto simbolico, ma non da poco. Una specie di benedizione silenziosa al progetto di chi aveva scelto di non arrendersi. Oggi il Patto per il Nord conta oltre cinquanta ex parlamentari tra i suoi ranghi. Tra i fondatori c’è Giuseppe Leoni, che fu tra i cofondatori della Lega insieme a Bossi, e che nel 1987, quando il compianto leader della Lega venne eletto al Senato per la prima volta, era già con lui. «Da allora lo chiamarono “il Senatur”», ricorda Alessandri. Dei funerali ancora non si sa nulla di preciso. «Appena sappiamo qualcosa – dice – ci saremo. Non abbiamo voglia di arrenderci neanche adesso». l © RIPRODUZIONE RISERVATA