Gazzetta di Reggio

A teatro

Gran finale per la stagione del Boiardo: a Scandiano ecco “The Fridas” e il trio “Wabi-Sabi”

Adriano Arati
Gran finale per la stagione del Boiardo: a Scandiano ecco “The Fridas” e il trio “Wabi-Sabi”

Questa sera, 9 aprile, vanno in scena due lavori di danza contemporanea firmati dalla coreografa Sofia Nappi e direttrice artistica della compagnia Komoco

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Scandiano Dialoghi di corpi per chiudere la stagione teatrale scandianese. Questa sera, 9 aprile, il teatro Boiardo di Scandiano ospiterà il duetto “The Fridas” e il trio “Wabi-Sabi”, due lavori di danza contemporanea firmati dalla coreografa Sofia Nappi, tra le figure emergenti più interessanti della scena internazionale e direttrice artistica della compagnia Komoco. Lo spettacolo sarà l’ultimo della programmazione della stagione 2025/26 della struttura cultura scandianese, curata da Fondazione Ater. I grandi protagonisti saranno Paolo Piancastelli e Adriano Popolo Rubbio, protagonisti di entrambi gli atti, affiancati da Glenda Gheller in “Wabi-Sabi”, lavoro che si ispira alla filosofia giapponese che invita ad accogliere la transitorietà delle cose e a riconoscere la bellezza nell’imperfezione. “The Fridas” parte da una grande figura artistica del ‘900, Frida Kahlo, e dal suo dipinto Le due Frida, una rappresentazione della moltitudine che ognuno di noi può contenere.

«Sono opere molto diverse tra loro, il filo conduttore che le unisce è quello della costante ricerca artistica. Il linguaggio di Komoko è sempre in divenire, appartengono allo stesso filone artistico e due danzatori sono sempre presenti», racconta Sofia Nappi. «È interessante, per me, perché "Wabi-Sabi" è Il primo lavoro che ho fatto con Komoko e “The Fridas” è uno degli ultimi. Le prime due muse, i danzatori Paolo Piancastelli e Adriano Popolo Rubbio, sono presenti nel mio primo lavoro Komoko come nell’ultimo», sottolinea. “Wabi-Sabi” viene definito «un pezzo dinamite, è nato ed è stato rivisto durante il Covid, poi è stato riallestito, è sempre un ricrearlo. Parla del concetto giapponese dell'imperfetto e della bellezza dell'imperfetto, parla del nostro corpo, delle possibilità del nostro corpo, quindi è un un pezzo che è molto energetico anche ironico e finisce in maniera un po' sospesa». Anche il finale «è imperfetto e un po' parla dell'aspetto grottesco del corpo, con queste figure vestite con anche costumi ampi, figure che sembrano ironiche ma dentro hanno fuoco. In parole semplici parla come di possa trovare la bellezza rispecchiandosi nell’’altro, togliendosi la maschera».

«“The Fridas” ha un’ispirazione più occidentale. Riflette su uno dei più celebri quadri di Frida Kahlo e lo “rompe”. Ho letto tre diverse biografie di Frida e sono riuscita a riconoscermi, nonostante lei sia una figura molto popolare. Emerge la difficoltà per una donna dei suoi tempi nell'esprimere sé stessa, e nel non identificarsi in una sola donna ma di avere tantissime sfumature, tantissimi colori dentro di sé da mettere su tela», spiega la coreografa. «Ho pensato che questo quadro fosse quello che più la rappresentasse perché rappresenta un conflitto interiore molto chiaro, come se rappresentasse la sua dualità tra donna messicana e donna europea e in qualche modo lo in qualche modo racchiude tantissime altre sfumature di lei, quelle che emergono nei suoi diari».