Sarid, nato troppo presto a bordo di un risciò, accolto da un ospedale in Bangladesh realizzato con il contributo di Unicef
Pesava 900 grammi e mostrava già gravi problemi respiratori. È vivo perché qualcuno ha scelto di costruire, in uno degli angoli più complicati del pianeta, un reparto neonatale che funziona
C’è un momento esatto in cui la geopolitica scompare e resta solo la nuda fragilità dell’essere umano. Quel momento coincide con il primo respiro di un neonato che ha fretta di venire al mondo. In una mattina di novembre, a Cox’s Bazar, nel sud del Bangladesh, quel respiro ha rischiato di essere l’ultimo. Una madre, Misnahar, ha partorito a bordo di un risciò mentre correva disperatamente verso l’ospedale distrettuale di Sadar. Quando i medici sono accorsi in strada, il piccolo Mir Mohammed Sarid era già nato. Troppo presto. Mi sono fermato a lungo su questa immagine, cercando di decifrare la distanza tra i nostri mondi. Un risciò. Una donna. Un bambino venuto al mondo su una strada polverosa, in anticipo su tutto: sul tempo, sul peso, sul respiro. All’interno di quel mezzo a tre ruote c’era una madre sfinita, di 37 anni, che aveva affrontato il travaglio lungo il tragitto, tra il traffico e i sussulti del viaggio. Gli operatori sanitari si sono precipitati incontro a loro appena il veicolo si è fermato, dividendosi i compiti con la precisione di chi combatte una guerra quotidiana contro il tempo.
Una squadra ha portato la madre in sala parto; un’altra ha preso delicatamente il piccolo e lo ha trasferito d’urgenza nell’Unità Neonatale di Cura Speciale. Suo figlio pesava 900 grammi. Novecento. Meno di un chilo. Mostrava già gravi problemi respiratori. Dentro l’unità, gli infermieri lo hanno messo subito sotto ossigeno. Tubicini e cavi circondavano il suo corpicino, mentre le macchine misuravano ogni respiro e ogni battito. Per le prime ventiquattro ore, Misnahar non ha potuto tenerlo in braccio. Lo guardava attraverso il vetro. Non riusciva a smettere di piangere.
«I primi 15 giorni sono stati i più difficili della mia vita», racconta. Ho sentito questa frase in ogni angolo del mondo in cui sono stato. A Kabul, a Bangui, nei campi profughi al confine con la Siria. Le madri parlano lingue diverse, vivono contesti incomparabili, ma davanti a un figlio che lotta per sopravvivere dicono le stesse identiche cose. Questo mi ha sempre colpito, e continua a colpirmi. C’è una lingua universale del dolore e della speranza che non ha bisogno di traduttori. Un mese dopo, Sarid pesa un chilo e mezzo. È ancora minuscolo, ma in costante crescita. Misnahar ha imparato a tenerlo caldo con la marsupioterapia, il cosiddetto metodo canguro: pelle contro pelle, il calore del corpo materno che fa il lavoro di un’incubatrice. Gli dà solo il suo latte, si lava le mani ogni volta per proteggerlo dalle infezioni, impara a leggere i segnali del suo corpo. Adesso Sarid dovrà fare uno screening per la retinopatia, una condizione degli occhi che può colpire i prematuri sottoposti a ossigenoterapia. La strada è ancora lunga, eppure la paura sta lentamente lasciando il posto alla speranza.
Sarid è vivo non per caso. È vivo perché qualcuno ha scelto di costruire, in uno degli angoli più complicati del pianeta, un reparto neonatale che funziona. Cox’s Bazar è tristemente nota per ospitare il campo profughi più grande del mondo, con oltre un milione di Rohingya, ed è anche un distretto dove ogni anno nascono migliaia di bambini in condizioni di estrema precarietà. L’ospedale Sadar ha 65 posti letto nell’unità neonatale e sono quasi sempre tutti occupati. Fuori dalle pareti di vetro, i genitori aspettano. Alcuni pregano, altri premono le mani contro il vetro cercando di scorgere il proprio figlio. All’interno, medici e infermieri si muovono senza sosta da una stanza all’altra, controllando i parametri, aggiustando i livelli di ossigeno, calmando i bambini irrequieti. «L’unità ha trasformato l’assistenza sanitaria per i neonati», spiega il dottor Imtiaz, uno dei medici responsabili del reparto. «Possiamo monitorare i bambini da vicino e rispondere rapidamente quando qualcosa cambia. Quando un bambino si riprende e torna a casa in salute, festeggiamo insieme. Quei momenti ci danno la forza per andare avanti». «Quando mio figlio crescerà, vorrei che diventasse un medico o un infermiere», dice oggi Misnahar. «Le persone qui hanno salvato la vita del mio bambino. Magari un giorno lui ne salverà altre».
Questa frase, pronunciata dopo le parole del medico, è fortissima. Vale un’intera politica sanitaria perché contiene tutto: la gratitudine, il riscatto e, soprattutto, la fiducia nel futuro. Una fiducia che si può avere solo se hai visto con i tuoi occhi che le cose possono cambiare, che la morte può essere sconfitta. L’Unicef, insieme ai partner e con il sostegno della Banca Mondiale, ha contribuito ad aprire unità come questa in 62 ospedali pubblici del Bangladesh. Ha formato il personale, ha garantito l’ossigeno medicale, le culle termiche, i rianimatori. Questa è l’idraulica del possibile: costruire il sistema perché quando arriva il risciò con la madre e il bambino, ci sia una struttura pronta ad aprire la porta. Il Bangladesh registra ancora 22 morti neonatali ogni mille bambini nati vivi. Nel mondo, quasi cinque milioni di bambini non raggiungono il quinto compleanno. Sono numeri che stordiscono, che rischiano di renderci insensibili proprio perché troppo grandi. Per questo servono i nomi. Servono i visi. Serve Sarid, che pesa un chilo e mezzo e lotta. Serve Misnahar, che lo guarda attraverso il vetro e aspetta. Davanti a quel risciò fermo sul ciglio della strada, diventa chiaro che la vita di un bambino non può restare una questione di fortuna o di coincidenze. Investire nella sanità neonatale, nella nutrizione e nella formazione ostetrica costituisce un dovere politico e sociale inderogabile. Ogni neonato, ovunque nasca, possiede lo stesso identico diritto di respirare e di avere una possibilità.
*portavoce nazionale dell’Unicef
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