Gazzetta di Reggio

L’evento

Le voci dal Modena Pride: «Il senso dell’essere qui? Essere visibili, senza dover spiegare o giustificare la propria identità»

di Ginevramaria Bianchi
Le voci dal Modena Pride: «Il senso dell’essere qui? Essere visibili, senza dover spiegare o giustificare la propria identità»

Le testimonianze dei partecipanti alla parata e alla festa all’ex Macello, che spiegano gli ostacoli quotidiani affrontati

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MODENA. Cinquemila persone: è il numero della terza edizione del Modena Pride, ma da solo non racconta cosa sia successo ieri nelle strade della città.

Un fiume colorato

Dentro quel fiume colorato ci sono storie diverse, spesso molto lontane tra loro, ma unite dalla stessa necessità: essere. Dirlo. Non doverlo nascondere. C’è chi è arrivato da Modena e chi da fuori provincia. Chi ha partecipato ad altri Pride e chi era alla sua prima volta. Studenti, famiglie, lavoratori, associazioni. E soprattutto persone che, in modi diversi, raccontano una quotidianità fatta ancora oggi di ostacoli, domande, spiegazioni richieste, a volte silenziose ma costanti, che si accumulano nella vita di tutti i giorni.

Le voci dei partecipanti

«Il Pride per me è importante perché è un’occasione per dimostrare alla città e alla provincia che noi ci siamo – afferma Lorenzo Porro – . Siamo ovunque. Siamo vostri colleghi, parenti, amici. E non ci fermeremo». Per lui la manifestazione non è solo una festa, «perchè per una persona transgender cambiare il nome sui documenti è ancora un percorso lungo, legato a una sentenza. E mancano servizi adeguati per chi affronta un percorso di affermazione di genere. Sono cose che incidono ogni giorno sulla vita. E allora sì – aggiunge – c'è ancora bisogno di partecipare al Pride, di scendere in piazza e di rivendicare chi siamo e cosa vogliamo». Poco più in là, tra i gruppi che si muovono lungo il corteo, c’è Sivilla Arnet. È arrivata da Bologna, e ce lo dice fieramente. «Ho già partecipato al Pride di Bologna, ma sono venuta anche qui. Ho amici a Modena e non volevo mancare», racconta, mentre il corteo continua a muoversi tra musica, bandiere e cori che attraversano le strade del centro. Poi aggiunge subito il senso della sua presenza: «È importante manifestare perché così normalizziamo la nostra esistenza». Per lei il Pride, prima ancora che festa, «è una manifestazione politica, perché richiede un mondo in cui non ci sia più differenziazione. Noi esistiamo e basta. Vogliamo arrivare a una normalità in cui non ci sono paesi in cui è illegale essere omosessuali, e in cui non siamo ostacolati giornalmente dalla società». In quella marea c’è infatti anche chi osserva il corteo da un punto di vista diverso, quello delle famiglie e dei più giovani, dove le questioni identitarie si intrecciano con la vita quotidiana, con le scuole, le relazioni e il futuro. Elena Baruti, di Famiglie Arcobaleno, racconta ciò che vede ogni giorno, dentro e fuori queste manifestazioni. «Noi vogliamo essere visibili e rivendicare i nostri diritti – spiega –. Ma anche ricordare che abbiamo gli stessi doveri di tutti gli altri cittadini. Nessuno vuole sentirsi sempre sotto attacco o messo in un angolo». Poi il racconto si fa più personale e legato alle nuove generazioni, che spesso vivono queste tematiche in modo più diretto e sensibile: «Io ormai sono un’adulta fatta e formata, ma ho a che fare ogni giorno con ragazzi che si sentono discriminati solo per quello che sono. Sentire ancora oggi che ci dobbiamo accontentare, nel 2026 e in un Paese dell’Unione Europea, è deprimente, a parer mio». E poi, tra le voci del corteo, c’è anche quella della sindacalista Barbara Berghi, che lo dichiara fieramente: «Per Modena questo Pride significa poter esprimere chi siamo veramente. Non dovrebbe importarci chi una persona ama. Dovremmo preoccuparci di chi odia, non di chi ama. L’amore va sempre bene».

Il significato del Pride

Il corteo intanto continua a muoversi lungo le strade della città, avanzando come un unico flusso che attraversa spazi urbani e li trasforma temporaneamente. Le voci si sovrappongono, si mescolano, si confondono, ma non si annullano. E proprio in questa pluralità si costruisce il senso della giornata: «Essere visibili, occupare lo spazio pubblico, esistere senza dover continuamente spiegare o giustificare la propria identità».

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