Gazzetta di Reggio

La scoperta

Dagli scavi della terramara di Poviglio spunta un pettine di oltre 3mila anni fa

Alberto Ferrari

	Foto del pettine del Ministero della Cultura
Foto del pettine del Ministero della Cultura

Reggio Emilia: il professor Andrea Zerboni racconta le ultime scoperte che raccontano la vita delle comunità dell’età del Bronzo nella pianura padana

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Poviglio Un pettine in osso, legato alla cura della persona, e nuove tracce del rapporto tra i terramaricoli e l’acqua. Sono tra le scoperte più interessanti emerse quest’estate dagli scavi della terramara di Poviglio, una delle ricerche archeologiche più longeve d’Italia nel campo della protostoria. Un’indagine che da 43 anni permette di ricostruire, attraverso reperti e stratigrafie, la vita delle comunità dell’età del Bronzo nella pianura padana. A coordinare le campagne di scavo è Andrea Zerboni, professore all’Università Statale di Milano, che ha raccolto l’eredità del professor Mauro Cremaschi, a capo degli scavi per 35 anni e ora direttore del Museo della Terramara Santa Rosa di Poviglio.

Professor Zerboni, partiamo dalle scoperte di quest’anno. Che cosa racconta il pettine in osso?
«È un oggetto molto bello, che ci avvicina a un aspetto della vita quotidiana dei terramaricoli che rischia di essere trascurato. Non erano soltanto agricoltori e allevatori: avevano attenzione anche alla cura della persona e all’estetica. Lo dimostrano il pettine e, più in generale, la qualità e le caratteristiche di alcuni oggetti e del vasellame. Ci parlano di una comunità che aveva anche una propria moda e un interesse per l’aspetto personale».
Un’altra scoperta riguarda invece un tema molto più grande: il rapporto con l’acqua.

«Sì. Quest’anno stiamo scavando nella parte esterna del “Villaggio Piccolo” di Fodico di Poviglio, quello caratterizzato da un fossato e da una successiva espansione con la costruzione del villaggio grande. Negli ultimi anni abbiamo studiato proprio il fossato del villaggio piccolo e quest’estate abbiamo individuato una situazione molto interessante: a un certo punto gli abitanti costruirono un terrapieno per aumentare e rinforzare l’area domestica».
Perché fu necessario costruirlo?

«Le evidenze ci indicano un’interazione molto stretta tra il villaggio e i corsi d’acqua circostanti. Piccoli eventi alluvionali raggiungevano l’insediamento e i terramaricoli rispondevano costruendo strutture in terra, veri e propri terrapieni, per proteggere il villaggio e respingere le acque. È un dato importante perché mostra la necessità, già circa 3.200 anni fa, di rispondere agli eventi alluvionali attraverso soluzioni architettoniche anche complesse».
Quindi l’acqua non era soltanto una risorsa da utilizzare, ma anche un elemento da governare.

«Esattamente. La dialettica tra le comunità dell’età del Bronzo e l’acqua è uno degli aspetti più interessanti che possiamo studiare a Poviglio. I terramaricoli sapevano gestire le risorse idriche, deviando i corsi d’acqua e utilizzando anche le falde acquifere, sia per le necessità domestiche sia per quelle agricole. Lo scavo ci permette di capire come questa gestione si sia modificata nel tempo».
Quali altri materiali sono emersi durante la campagna?

«Abbiamo trovato una grande quantità di ceramica, sia legata all’uso domestico sia alle attività produttive, e numerosi resti di animali domestici. Man mano che ci avviciniamo alla zona abitata compaiono anche oggetti più direttamente collegati alla vita delle persone, come appunto il pettine. Ogni anno c’è una scoperta che aggiunge un tassello alla nostra conoscenza».
Che cosa ci hanno insegnato questi decenni di ricerche?

«Ci hanno mostrato come, tra circa 3.500 e 3.100 anni fa, si sviluppò la tradizione agricola che trasformò profondamente la pianura padana. I terramaricoli furono tra i primi a trasformare un ambiente prevalentemente boschivo in un territorio intensamente coltivato. Abbiamo inoltre importanti informazioni sulle pratiche funerarie: i morti venivano cremati e le ceneri deposte in urne. E sappiamo che a Poviglio arrivavano anche materie prime come lingotti di rame e stagno, che venivano fusi per produrre bronzi: armi, punte di freccia e di lancia, ma anche oggetti di uso quotidiano».

Anche quest’anno il pubblico ha potuto seguire da vicino il lavoro degli archeologi.

«Abbiamo organizzato quattro visite guidate insieme al Museo della Terramara e al Comune di Poviglio. È importante mostrare alle persone non soltanto i reperti, ma anche come si arriva a una scoperta e che cosa significa interpretare uno scavo. Abbiamo avuto un buon seguito sia alle visite sia al museo».
Il museo, tra l’altro, ha un nuovo allestimento.

«Sì, il Museo della Terramara di Poviglio, diretto da Mauro Cremaschi, ha cambiato allestimento e la nuova esposizione è stata inaugurata l’anno scorso. È un altro strumento fondamentale per raccontare i risultati delle ricerche. Lo scavo e il museo si completano: uno produce nuove conoscenze, l’altro le restituisce alla comunità».  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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