Festa di Villalunga, incassi giù: -20%. Andrea Rossi: «È ora di cambiare»
Dopo un 2025 da record per le edizioni post Covid, quest’anno c’è un -20% di incassi: «Dobbiamo chiederci quali novità introdurre»
Reggio Emilia «Bisogna innovare». Mentre a Reggio Emilia è corso la Festa nazionale dell’Unità, il parlamentare Pd, Andrea Rossi, guarda con preoccupazione al bilancio in chiaroscuro di Villalunga, da poco conclusa. Dopo un 2025 da record per le edizioni post Covid, quest’anno c’è un -20% di incassi: «Dobbiamo chiederci quali novità introdurre».
La Festa nazionale dell’Unità è in corso, quella di Villalunga si è da poco chiusa. Un bilancio?
«La partenza della Festa nazionale mi sembra ottima e l’ipotesi, indicata dall’organizzatore nazionale Igor Taruffi, di fare di Reggio una possibile sede stabile è un riconoscimento al lavoro del gruppo dirigente reggiano, a partire dal segretario Massimo Gazza, e delle centinaia di volontari. Su Villalunga, invece, poteva andare sicuramente meglio. Bene la presenza di oltre 700 volontari e la partecipazione agli appuntamenti del programma politico. Ma il risultato economico registra circa il 20% in meno rispetto allo scorso anno, dato preoccupante. Il caldo ha pesato, certamente. Sarebbe però troppo facile spiegare tutto così. Dobbiamo chiederci cosa cambiare e quali novità introdurre. Villalunga nella sua storia lo ha sempre fatto e deve continuare a farlo». C’è chi considera le feste politiche un format superato. Sono ancora utili?
«Se guardo quello che succede nei nostri Comuni, il format delle feste lo ritroviamo in sagre, feste associative e delle pro loco, eventi popolari che continuano a riempire piazze e parchi. In una società in cui una parte crescente delle relazioni passa attraverso uno schermo, dobbiamo difendere questo modo di fare comunità e stare insieme. Questo non significa rimanere immobili: innovare e andare incontro alle mutate esigenze delle nostre comunità è necessario. Ma rinunciare a questi luoghi significherebbe disperdere un patrimonio di comunità e volontariato molto difficile da ricostruire».
Restano un palcoscenico importante. Sul dibattito primarie sì/primarie no, lei da che parte sta?
«Non trasformerei le primarie in una questione ideologica. Prima vengono la coalizione e il progetto. Il campo progressista esiste già: lo abbiamo visto nelle amministrative e nelle regionali, il “testardamente unitari” della nostra segretaria ha prodotto risultati. Adesso dobbiamo stringere i bulloni dell’alleanza e definire priorità riconoscibili: sanità e scuola pubblica, sicurezza nelle sue declinazioni, economia e salari, giovani e politiche per la famiglia, pace. Poi dobbiamo individuare la leadership migliore per battere Meloni. Capisco le preoccupazioni sulle primarie, anche perché sarebbe la prima volta con i segretari dei due maggiori partiti a contendersi la guida. Ma confido nella loro intelligenza politica e penso che le primarie possano diventare un grande momento di partecipazione e l’inizio della campagna elettorale. L’obiettivo, però, non è vincere le primarie: è vincere le elezioni».
Una figura come Silvia Salis potrebbe superare l’attuale dualismo?
«Oggi non vedo questo scenario. Schlein e Conte hanno legittimamente l’ambizione di guidare l’alleanza progressista e non credo che cercare un “nome terzo” sia a ora percorribile. Silvia Salis sta facendo molto bene a Genova e può dare un contributo importante anche a livello nazionale per sconfiggere la destra. Ma prima dobbiamo costruire una proposta politica. Altrimenti rischiamo di partire dal tetto anziché dalle fondamenta».
La segreteria Schlein si avvicina alla scadenza. Serve un congresso prima delle elezioni?
«Mi sembra l’ultimo dei nostri problemi. Elly è la segretaria più longeva del nostro partito, il clima interno è positivo e il contributo di Bonaccini all’unità, dal giorno dopo le primarie, è stato evidente. Il congresso arriverà dopo le elezioni. Adesso dobbiamo prepararci a governare e parlare a tutti gli italiani, non soltanto ai nostri iscritti ed elettori».
C’è di mezzo una legge elettorale...
«Prima vorrei capire quale sarà. C’è un dato politico oggettivo: mentre famiglie e imprese fanno i conti con costo della vita, salari e prezzi dell’energia, una priorità della maggioranza sembra essere cambiare le regole elettorali. Farlo senza una condivisione larga, cercando il sistema più conveniente per chi governa, sarebbe grave. Le regole del gioco non dovrebbero essere scritte pensando al risultato della partita successiva».
Lei è al secondo mandato. C’è ancora spazio per una sua ricandidatura? La concorrenza non mancherà…
«Se c’è concorrenza è un buon segnale: significa che il Pd ha amministratori e persone capaci che possono assumersi responsabilità nazionali. Per quanto mi riguarda, se il gruppo dirigente nazionale e locale riterranno che il lavoro fatto in questi anni sia stato utile e che io possa continuare a dare un contributo, ne sarò contento e sarò a disposizione. Ma rispetto a otto anni fa la mia vita è cambiata. Oggi ho due figli e credo che i carichi famigliari debbano essere suddivisi in modo più equo possibile e che un padre debba essere presente nella crescita dei propri figli. Per questo quando sarà il momento, un’eventuale ricandidatura non sarà solo una decisione politica. Sarà una scelta che farò insieme alla mia famiglia». © RIPRODUZIONE RISERVATA
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