Gazzetta di Reggio

Il dibattito

Centro storico, lo sfogo della Casa del miele: «Qui da 80 anni: vogliamo continuare, ma vorremmo essere ascoltati»

Centro storico, lo sfogo della Casa del miele: «Qui da 80 anni: vogliamo continuare, ma vorremmo essere ascoltati»

Reggio Emilia: lo sfogo pubblico della bottega sotto Broletto dopo anni di segnalazioni a problemi annosi. «Guano, rifiuti, ora il cantiere: tutti fanno sopralluoghi, nessuno risolve»

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Reggio Emilia Serrande che si abbassano, attività che se ne vanno, altre che resistono tra cantieri, problemi di sicurezza e difficoltà quotidiane. La crisi del commercio nel centro storico di Reggio Emilia è da tempo al centro del dibattito cittadino. Questa volta a prendere la parola è una delle botteghe storiche della città: la Casa del Miele, sotto il Broletto, aperta dal 1946. In una lettera aperta, il titolare Riccardo Benetti, racconta le difficoltà con cui l’attività deve fare i conti e pone questioni che vanno oltre il singolo negozio.


Le lettera
«Ci sono negozi che vendono cose. E poi ci sono negozi che, in qualche modo, appartengono alla città. La Casa del Miele è uno di questi. È qui dal 1946. Ottant'anni. Ottant'anni durante i quali sono cambiate le persone, le strade, le automobili, le insegne, le abitudini, le generazioni. Sono cambiati i clienti. Sono cambiati i bambini che entravano per mano ai genitori e che poi sono tornati, adulti, con i propri figli. È cambiata la città. Noi siamo rimasti qui. La Casa del Miele è nata qui, sotto il Broletto, quando la città usciva dalla guerra e ricominciava lentamente a costruire il proprio futuro. Da allora la nostra famiglia ha cercato, con ostinazione e con amore, di custodire quella piccola bottega».

«Non è stato sempre facile, ma abbiamo sempre pensato che valesse la pena farlo. Perché una città non è fatta soltanto di palazzi, piazze, monumenti e strade. È fatta anche delle persone e delle attività che, restando nel tempo, danno un significato a quei luoghi. Eppure oggi, guardando questa fotografia, viene spontaneo chiedersi: che cosa stiamo facendo di quella città che diciamo di voler custodire? Davanti alla nostra attività ci sono ormai frequentemente i bidoni dei rifiuti, proprio nello spazio nel quale dovremmo poter utilizzare la nostra esposizione esterna, per la quale paghiamo regolarmente il relativo canone di occupazione del suolo pubblico. Non chiediamo che i rifiuti spariscano. Chiediamo soltanto che servizi e attività commerciali possano convivere, come dovrebbe essere normale in una città. Sopra le nostre teste corre da anni un cavo dell'impianto di videosorveglianza pubblica. A pochi centimetri dal soffitto. È diventato, inevitabilmente, un luogo perfetto per i piccioni. Il risultato è una situazione che conosciamo fin troppo bene: sporcizia, guano, cattivi odori e la necessità di provvedere continuamente alla pulizia del portico».

«Lo abbiamo segnalato, più volte. Al Comune, agli uffici competenti, al servizio di igiene. Abbiamo scritto PEC, abbiamo fatto segnalazioni. Abbiamo ricevuto sopralluoghi. Sono cambiate le persone incaricate di occuparsene. Il problema è rimasto. Forse perché è più semplice venire a vedere un problema che risolverlo. E adesso c'è il cantiere. Un cantiere importante, necessario, che non contestiamo affatto. I lavori devono essere fatti. Ma anche un'attività commerciale deve poter continuare a lavorare. E così ci siamo ritrovati transennati, con l'accessibilità al negozio condizionata, con l'approvvigionamento sempre più complicato, con una visibilità già difficile ulteriormente compromessa. E con la sensazione, non bellissima, che quando si deve decidere come organizzare uno spazio pubblico, la domanda "qui c'è anche un'attività che deve continuare a vivere?" arrivi troppo spesso per ultima. Nel frattempo, la zona ha perso progressivamente attività, persone, vita. E anche noi, come tanti altri commercianti del centro, abbiamo dovuto modificare gli orari perché la sicurezza di chi lavora qui, soprattutto negli orari di ingresso e di uscita, è diventata una questione concreta».

«Perché dietro una vetrina illuminata non ci sono soltanto prodotti, ci sono persone, ci sono stipendi, ci sono famiglie, ci sono affitti, ci sono tasse, ci sono bollette, ci sono responsabilità. E ci sono ore di lavoro. E c'è, nel nostro caso, una storia lunga ottant'anni che qualcuno sta cercando, ogni giorno, di non far finire. Non scrivo questo per chiedere un trattamento di favore, non vogliamo privilegi. Vorremmo semplicemente che chi amministra la città si ricordasse che anche le attività commerciali fanno parte della città che amministra. Vorremmo poter lavorare. Vorremmo poter esporre i nostri prodotti nello spazio per il quale paghiamo. Vorremmo non dover pulire continuamente ciò che un'infrastruttura pubblica contribuisce a rendere impraticabile. Vorremmo sapere con anticipo quando un cantiere cambierà radicalmente le condizioni di accesso alla nostra attività. Vorremmo poter ricevere le merci. Vorremmo che le persone che lavorano qui potessero entrare e uscire dal lavoro in condizioni ragionevoli. Vorremmo, semplicemente, che la Casa del Miele potesse continuare a fare quello che fa dal 1946. E forse la cosa più amara è che non è la prima volta che lo chiediamo. Lo abbiamo fatto nelle sedi istituzionali. Abbiamo scritto, abbiamo segnalato, abbiamo chiesto interventi, abbiamo incontrato persone. Abbiamo spiegato, abbiamo aspettato, abbiamo avuto pazienza.Tanta, forse troppa. E dopo anni siamo ancora qui, a raccontare gli stessi problemi».

«Per questo oggi scegliamo di farlo pubblicamente. Non per attaccare qualcuno, non per fare polemica. Non per cercare colpevoli. Ma perché il silenzio, evidentemente, non è servito. Questa fotografia non racconta soltanto un portico sporco, qualche transenna o dei bidoni. Racconta qualcosa di più grande. Racconta cosa succede quando una città rischia di dimenticare che dietro le proprie strade ci sono persone che ogni mattina alzano una serranda. E allora faccio una domanda, con rispetto ma anche con tutta la fermezza possibile: Una città che ha una bottega aperta dal 1946 vuole davvero che quella bottega continui ad esistere? Perché se la risposta è sì, non servono celebrazioni, non servono targhe, non servono fotografie delle inaugurazioni. Servono condizioni per poter continuare a lavorare. La Casa del Miele non chiede di essere protetta dalla città. Chiede di poter vivere dentro la città, come ha fatto per ottant'anni. E, se possibile, vorremmo farlo ancora per i prossimi ottanta. Ma per farlo abbiamo bisogno che qualcuno, questa volta, ascolti». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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