Ica Day, esperti: "Prevenzione rischio infettivo con pratica clinica e formazione"
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Roma, 10 set. (Adnkronos Salute) - Quanto conta, nella pratica quotidiana, la capacità di trasformare procedure e raccomandazioni in comportamenti concreti? È stata questa una delle domande al centro del dibattito sulla gestione clinica e pratiche assistenziali nella prevenzione del rischio infettivo, che si è svolto oggi nell’ambito dell’Ica Day – Innovazione tecnologica, investimenti e governance del rischio infettivo, al Teatro Politeama Garibaldi di Palermo, su iniziativa di Hcrm e in collaborazione con Bistoncini Partners. Il confronto - informa una nota - ha portato al centro della discussione la dimensione più concreta della prevenzione: ciò che accade ogni giorno nei luoghi di cura. Per quanto avanzate possano essere le conoscenze scientifiche e articolato il sistema di procedure, infatti, la sicurezza del paziente dipende in larga misura dalla capacità di tradurre queste indicazioni in pratiche effettivamente applicate e mantenute nel tempo. In questo senso, diventa fondamentale riconoscere il valore della prevenzione vaccinale, alla luce degli ultimi casi di cronaca. “La prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza non si esaurisce nella disponibilità di linee guida o protocolli, ma richiede che le conoscenze diventino comportamenti quotidiani e pratiche assistenziali sostenibili nei diversi contesti di cura - ha affermato Raffaella Bucciardini, direttrice del Centro nazionale per la salute globale dell’Istituto superiore di sanità - Questo significa investire contemporaneamente sulla formazione, sull’organizzazione e sulla capacità di monitorare ciò che accade realmente nei luoghi di cura. I dati e la sorveglianza sono fondamentali perché ci permettono di comprendere dove si concentrano maggiormente i rischi e le popolazioni maggiormente vulnerabili, misurando i risultati e orientando gli interventi. In un’ottica di salute globale prevenire le infezioni significa anche garantire che le misure di prevenzione siano effettivamente accessibili e applicabili a tutti, riducendo le disuguaglianze negli esiti di salute e nell'accesso ai servizi sanitari. La vera sfida - ha osservato - è trasformare le evidenze in una cultura della prevenzione che sia non solo efficace, ma anche equa, capace di coinvolgere tutti gli attori del sistema e di adattarsi ai diversi contesti sanitari e sociali”. Il tema della distanza tra procedure e pratica è stato uno dei fili conduttori del confronto. Una procedura, per essere efficace, deve infatti poter essere applicata nelle condizioni concrete in cui operano i professionisti, quindi comprensibile, sostenibile e coerente con i processi assistenziali. Quando le indicazioni diventano eccessivamente complesse o vengono percepite come meri adempimenti, il rischio è che perdano la loro funzione di strumento di sicurezza. Accanto alle procedure - continua la nota - assume quindi un peso centrale la formazione. La prevenzione del rischio infettivo richiede conoscenze aggiornate, ma anche capacità operative e comportamenti che devono essere consolidati nel tempo. Da qui l’esigenza di una formazione sempre più concreta, multidisciplinare e capace di raggiungere i professionisti con modalità agili e ripetute. “Abbiamo oggi un patrimonio molto ampio di conoscenze e strumenti per prevenire le infezioni correlate all’assistenza”, ha sottolineato Caterina Rizzo, professore ordinario di Igiene e medicina preventiva dell’Università di Pisa, che ha aperto i lavori scientifici dell’Ica Day con una Lectio Magistralis. “La sfida, quindi, non è soltanto produrre nuove evidenze - ha continuato - ma fare in modo che quelle che già possediamo vengano applicate in modo sistematico. Per questo dobbiamo ripensare anche il modo di formare i professionisti: accanto alla formazione tradizionale servono momenti più brevi, pratici e ripetuti, capaci di rafforzare nel tempo comportamenti e competenze. La prevenzione funziona quando diventa parte naturale del modo di lavorare”. Un ulteriore elemento emerso dal confronto ha riguardato il rapporto tra responsabilità individuale e responsabilità organizzativa. “Quando una pratica scorretta si ripete nel tempo, non possiamo limitarci a individuare la responsabilità del singolo”, ha spiegato Carlo Signorelli, coordinatore dei direttori delle Scuole di specializzazione in Igiene e medicina preventiva. “Dobbiamo chiederci che cosa, all’interno dell’organizzazione, ha consentito che quella pratica diventasse abituale. La sicurezza nasce dall’incontro tra responsabilità professionale e responsabilità organizzativa: il professionista deve poter contare su procedure chiare, formazione, strumenti e condizioni di lavoro adeguate, mentre l’organizzazione deve essere in grado di verificare, correggere e migliorare continuamente i propri processi. È questa la logica del risk management: non cercare soltanto l’errore, ma intervenire sulle condizioni che lo rendono possibile”. La prevenzione richiede dunque un passaggio ulteriore: dalla conoscenza all’attuazione. È qui che entrano in gioco formazione, leadership, organizzazione, monitoraggio e cultura della sicurezza. Un processo che non riguarda soltanto il singolo professionista, ma l’intera organizzazione sanitaria. Il messaggio emerso dal confronto è quindi netto - conclude la nota - per ridurre il rischio, occorre agire contemporaneamente su competenze, comportamenti, processi e cultura della sicurezza, trasformando la prevenzione da insieme di adempimenti a componente strutturale della qualità dell’assistenza.
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