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«Il Giglio, osteggiato e dimenticato»

Franco Dal Cin rivive le fasi della nascita del primo stadio italiano (non quello della Juve) di proprietà di una società


08 settembre 2011


REGGIO.

Quarantuno mila posti, due anni di lavoro: è costato 122 milioni di euro lo Juventus Stadium che stasera a Torino verrà inaugurato lcon un'amichevole tra la Juve, proprietaria delo splendido impianto e lo storico team inglese del Notts County, la società di Nottingham che donò la prima muta di maglie al quella torinese ed a cui la Juventus deve i propri colori. Si tratterà di un vero e proprio evento, una serata costata due milioni di euro e ideata per battezzare quello che è stato definito da più parti non solo come un impianto avveniristico che porterà nelle casse bianconere fior di quattrini, ma anche come il primo stadio di proprietà in Italia. Questa è un 'imprecisione, di più, una bestemmia: il primato appartiene infatti al Giglio, costruito fra il settembre 1994 e l’aprile1995, quando la Reggiana era nelle mani di Franco Dal Cin.

Perché nessuno in questi giorni si è ricordato del Giglio?

«E' una domanda che mi sono fatto anch'io _ ammette Dal Cin _ e per la quale non trovo risposta. Dico però che non sono assolutamente sorpreso, ci sono dei precedenti abbastanza scioccanti».

A cosa si riferisce?

«Quando al governo c’era Romano Prodi, che pure è di Reggio, si parlava di una legge sugli stadi polivalenti, senza mai citare il nostro Giglio. Neppure l'allora presidente del Consiglio ricordava questo nostro primato. Adesso, a 16 anni di distanza, a Torino hanno costruito il secondo stadio di proprietà italiano; per farlo hanno buttato giù il Delle Alpi, progettato per Italia '90, sotto l'egida di Luca di Montezemolo, impianto per il quale per è stata buttata via una marea di soldi dello Stato».

In cosa ha anticipato i tempi il Giglio?

«In molte cose: era uno stadio costruito da privati, con soli 11 milioni degli attuali euro, uno stadio che anticipava il decreto Pisanu, per cui si era studiata una tessera del tifoso simile, anche se con finalità diverse, a quella imposta da Roberto Maroni; per non parlare dei palchi con i frigobar ed i televisori, delle panchine riscaldate e con i monitor, di tante altre innovazioni che non sto a citare. Un progetto fatto in economia, ma di qualità».

Cosa non funzionò?

«Dispiace dirlo, ma Reggio Emilia non ha capito appieno le potenzialità di quell'opera: se si esclude l'allora sindaco Antonella Spaggiari e l'assessore all’urbanistica Angelo Malagoli, mi sono ritrovato tutti contro. Il vostro attuale primo cittadino, Graziano Delrio, fu il mio più fiero oppositore: la variante che avrebbe consentito allo stadio di diventare effettivamente polivalente fu bloccata per sei lunghissimi anni, nel frattempo mi trovai a dover vendere i giocatori più pregiati della Reggiana e infine a vendere la società a Foglia e Cimurri. Con una pistola metaforica puntata alla testa».

Se potesse tornare indietro cosa cambierebbe?

«Mi sembra evidente, non lo costruirei più. Avevo acquistato una società appena promossa in serie A, forse avrei fatto meglio a gestirla con un profilo più basso, accontentandomi di riempire il vecchio Mirabello sperando nelle varie deroghe per la sua agibilità: insomma, senza sognare».

Dunque il Giglio è un brutto sogno, per lei?

«Al contrario.Tornare a Reggio e rivedere lo stadio Giglio mi riempie ancora d'orgoglio, perché si tratta uno stadio costruito insieme ai tifosi, alla città, con un'idea rivoluzionaria alla base».

Fabio Varini

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