«Il Brescello è di nuovo un punto di riferimento»
Calcio, Promozione: l’annunciato passo d’addio del diesse Andrea Boni «Sono pronto a nuove esperienze. In questo mondo mancano pazienza e soldi»
REGGIO. Andrea Boni, ormai ex diesse del Brescello, è assai noto nel mondo del calcio dilettantistico reggiano. Nel quale, prima di intraprendere il percorso dirigenziale, inizialmente a Montecchio, è stato calciatore della Phonocar Cella ed in seguito allenatore delle sue giovanili. Poi un incontro importante ha cambiato tutti gli scenari.
Cosa ha significato per lei l'incontro con Cesare Vitale?
«Ci conosciamo oramai da 20 anni, dai tempi del Cella. Abbiamo fatto calcio insieme per più della metà di questi anni e adesso ci basta uno sguardo per capire tutto quello che pensiamo. Sono legato a lui da una profonda amicizia».
Perché la scelta di intraprendere la strada di direttore sportivo anziché quella di allenatore, visti i buoni risultati con le giovanili a Cella e l'amicizia con Vitale?
«Ho avuto la fortuna di allenare tutte le categorie del settore giovanile e per un finale di stagione anche la prima squadra, sempre al Pievecella. Una società fantastica con tante persone di una grande umanità; a partire dal compianto Rocchi Novello fino all'attuale Celso Menozzi. Ho avuto riferimenti calcistici ed umani molto forti ma quando sei nel calcio prima o poi capisci la tua attitudine. Mi mancava meno il campo rispetto alle altre dinamiche che si creano facendo il direttore sportivo quindi, grazie anche alla possibilità concessami dal presidente Dosi a Montecchio, ho iniziato con quella nuova mansione».
Un bilancio dei suoi cinque anni a Brescello?
«Nel complesso credo sia positivo, ora il Brescello può contare su sette giocatori di proprietà di cui cinque titolari fissi. Un accordo per il settore giovanile con la Saturno Guastalla aiuta la crescita dei ragazzi ed abbiamo instaurato un ottimo rapporto con tutte le società dei settori giovanili della zona. Il Brescello è tornato un punto di riferimento del calcio locale».
La sua separazione dal club era comunque prevista?
«Sono quelle cose che hanno un inizio ed una fine. Ringrazio Benelli, Paliotto e Davoli di avermi dato per tre anni uan completa autonomia decisionale che mi ha permesso di crescere. Credo che nel calcio ci siano decisioni da prendere per il bene di tutti quindi è giusto che si facciano valutazioni e scelte opportune: lascio in eredità una squadra completamente rinnovata, uno spogliatoio molto affiatato, ragazzi meravigliosi e seri, uno staff capitanato da Vitale, dal segretario Cavalmoretti e dal magazziniere Amato».
Ironia della sorte, appena è stato ufficializzato il suo addio, il Brescello ha iniziato a macinare punti: serviva una scossa?
«Non credo, la squadra era in crescita e non a caso anche nell'andata avevamo fatto otto risultati utili consecutivi. Il tempo ha dimostrato che il nostro lavoro è stato efficace».
Cosa c’è nel suo futuro?
«Il mio futuro è in attesa di una proposta stimolante ed io non ho mai badato alla categoria. Ho fatto la gavetta e quello che ho ottenuto me lo sono sempre guadagnato sul campo perché non ho la possibilità di portarmi degli sponsor come fa qualcuno e nemmeno ho la forza di propormi con progetti per fare gola ai presidenti di turno. Se qualche presidente ha bisogno di un dirigente con competenze in materia e idee chiare sono disponibile ad una chiacchierata».
Come fa un giovane a conciliare un’attività lavorativa, una famiglia, il tempo libero per gli amici e l'impegno come collaboratore in una blasonata realtà sportiva?
«Il calcio è la mia passione e se lo si vuole fare nel miglior modo possibile porta via molto tempo. Chiaro che c'è chi usa molto il telefono e chi va molto sui campi: io faccio parte della seconda schiera quindi cala il tempo per le altre cose, ma per ora va bene così».
Entrare nel calcio era il suo sogno fin da ragazzino?
«Il calcio è lo sport più bello al mondo. Come giocatore ero un disastro, ho dunque cercato di fare quello che mi riusciva meglio, non so se ci sono riuscito ma mi diverto molto».
Segue le vicende di Reggiana e Correggese?
«Al Brescello sarò legato per sempre, il Pievecella è stata la mia palestra calcistica, la Juventus è la mia squadra del cuore, la Reggiana è la squadra della mia città, la Correggese una comunque bella favola».
La Reggiana l'ha delusa o si attendeva un campionato del genere?
«Non mi ha deluso, anzi: credevo che Massimo Ienca avesse azzeccato tutto e senza l'angoscia delle retrocessioni pensavo ad un campionato tranquillo in cui far crescere i giovani e piazzare le basi per l'anno prossimo. Poi si sa che Reggio è una piazza esigente ma quando la disponibilità economica è questa e nessuno vuol investire nel calcio, bisogna farsene una ragione».
Ha conseguito di recente il patentino di collaboratore della gestione sportiva, si sentirebbe pronto per un club professionistico?
«Precisiamo che al massimo potrei collaborare e non gestire direttamente perché il corso mi abilità fino alla serie D e non nei professionisti. Ovvio che il sogno di chi fa calcio è provare a lavorare nei professionisti ma occorrono molta competenza e conoscenza di campionati che io per ora vedo raramente».
Quali sono i maggiori problemi che si incontrano a fare calcio dilettantistico?
«Bisogna innanzitutto capire quello che si vuole fare e poi l'aggiornamento è sempre d'obbligo. Passione e voglia di migliorarsi sono alla base di qualsiasi ruolo tecnico, anche nei dilettanti. Criticare dalla tribuna è molto semplice ma cercare di risolvere i problemi e gestire le situazioni è un'altra cosa e nei dilettanti si ha sempre fretta di vincere e non si aspettano i tempi tecnici e la crescita dei giocatori; molta gente si riempie la bocca con le parole progetto e giovani, poi alle prime sconfitte i giovani sono scarsi ed il progetto va a farsi benedire. La capacità di programmare e crescere, ora che le possibilità economiche sono al lumicino, sarà la strada dei prossimi anni».
Questo comporta di dover seguire a 360° tutti i tornei della provincia?
«Cerco di seguire tutte le realtà dei dintorni, dai campionati giovanili al torneo della Montagna che propome opttime partite. La Reggiana, appena posso, la vado a vedere allo stadio e la seguo comunque con molto interesse. I tornei giovanili sono molto interessanti ma credo che i giovani vadano seguiti prima e durante il campionato».
Se qualcuno volesse seguire le sue orme quali consigli gli darebbe?
«Vedere tante e tante partite, non avere paura di sbagliare, essere onesto con tutti e sopratutto non risparmiarsi mai. Così si può andare a testa alta e dormire tranquilli».
Juri Panciroli
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