«Lo sport è il motore della nostra vita»
L’ex cestista Ilaria Orlandini e il marito Nicola Piccinini, allenatore di volley «Abbiamo contagiato con l’infinita passione che ci anima i nostri due figli»
REGGIO. Gianni ha sei anni e i vivacissimi occhi azzurri di mamma Ilaria, Elia di anni ne ha 12 e la sua mamma campionessa se la coccola con lo sguardo.
«L’ho vista giocare tante tante volte - spiega - ed è era davvero brava».
Ilaria Orlandini, una carriera spesa sui parquet della serie A1 e A2 di basket e conclusa soltanto due anni fa, scoppia a ridere. Di fianco a lei c’è Nicola Piccinini, il marito allenatore di volley, reduce da una promozione in serie B2 femminile con l’Arbor. Ci sono tanti successi nell’infinito curriculum sportivo dei due. Nicola era il vice allenatore della Pallavolo Modena negli anni ’90: anni d’oro, preziosi almeno quanto il ciclo di Velasco del decennio precedente. Ilaria Orlandini, adesso allenatrice, s’era avvicinata quasi per caso alla pallacanestro per poi diventare una bandiera della Juvenilia.
«Mio fratello giocava a basket e volli provare anche io. Lui non ha fatto carriera, mentre io dopo pochi anni ero già in serie A e nel giro delle nazionali giovanili».
«Oggi - spiega Ilaria - siamo una famiglia che vive di sport. I nostri figli, una settimana dopo la nascita, erano già in palestra ad accompagnarci. E anche ora che io non gioco più ma alleno centinaia di bambini ogni settimana, li coinvolgiamo nel nostro lavoro».
Elia e Gianni, tifosissimi della Grissin Bon come i genitori, hanno scelto di giocare a pallacanestro. «Ho vinto io» sogghigna Ilaria.
«Ed è stato un bene - interviene papà Nicola - almeno quando li vado a veder giocare ho la mente più libera. Ho girato il mondo negli anni in cui ero vice a Modena e mi è capitato di giocare in palazzi con 15mila persone, come a Novi Sad nel ’97-’98 quando vincemmo la Coppa campioni. Ma della mia carriera e dei successi non parlo mai con loro».
«Io rimuovo tutto - sorride Ilaria. - A volte penso a una finale persa al palaDozza di Bologna con la Juvenilia per salire in serie A1. La ricordo perché ero incinta di Gianni e ancora non l’avevo detto a nessuno. Per il resto mi concentro sul presente, sul mio lavoro e sulla mia famiglia».
Come vi siete conosciuti?
«All’Eurocamp di Cesenatico 21 anni fa. All’inizio eravamo un po’ in scontro - ride Ilaria -. Dopo tanti anni che ci conoscevamo abbiamo iniziato a frequentarci. Tempo tre mesi e siamo andati a convivere in un appartamento a Reggio perché era praticamente impossibile vederci, visto il nostro lavoro e i tanti impegni. Poi, dopo due anni di convivenza, il matrimonio: il 26 agosto 2000».
«Era quasi scontato frequentare qualcuno di quest’ambiente - spiega Nicola – quando si vive in palestra come facciamo noi da sempre».
Cosa vi ha dato lo sport?
«Ho imparato a vivere grazie alla pallacanestro - dice Ilaria -. Lo sport mi ha dato i valori che porto avanti nella vita. Mi ha regalato l’amicizia vera: le mie quattro migliori amiche sono quelle con cui ho iniziato a giocare a 8 anni nell’Arbor. Prima ancora avevo partecipato ai corsi che Doriano Chierici organizzava al palasport: avevo circa 5 anni».
E’ stata dura per lei lasciare il basket giocato?
«A 38 anni, dopo due figli e tanti dolori era davvero il momento di smettere. La fine della carriera ha coinciso con la morte della mia mamma. Senza di lei, senza il suo aiuto, mi sarebbe stato davvero difficile gestire una famiglia. Ora la mia vita è sempre nello sport. Alleno circa 900 bambini alla settimana».
Quali fra i valori che vi ha trasmesso lo sport cercate di insegnare ai vostri bambini?
«Il rispetto dei compagni, degli allenatori, degli avversari e degli arbitri - dice Nicola -. A Elia, che è molto bravo, ripeto di non prendersela con chi è meno bravo di lui e commette errori. I compagni vanno sempre aiutati. Negli sport di squadra conta la condivisione degli obiettivi e naturalmente l’impegno, la perseveranza, la costanza nel costruirsi un obiettivo. Ai miei figli dico di non confondere i professionisti con i professionali. Ci sono molti giocatori che non sono professionisti ma che sono ugualmente molto professionali».
Nutrite ambizioni sportive per i vostri figli?
«Voglio solo che si divertano - dice l’ex play della Juvenilia -. Avendo giocato per tanti anni ad alto livello conosco la fatica che si fa. Io sono stata fortunata: per lo sport non ho rinunciato a nulla. La dimostrazione è che ho giocato fino a 38 anni e ho due figli».
Oggi riuscite a far stare altro nella vostra vita a parte lo sport?
«Non ci sta quasi nulla - prosegue Nicola -. Del resto amiamo quello che facciamo. Abbiamo fatto della nostra grandissima passione un lavoro. Vivendo in mezzo ai giovani si resta giovani. Se frequentassi gente della mia età probabilmente avrei gusti musicali e interessi diversi. Vivendo con i ragazzi si viene riempiti delle loro cose e si acquisisce una certa elasticità mentale».
Nelle vostre carriere avete incontrato grandi atleti e personaggi di primo piano del mondo sportivo. Chi vi ha lasciato di più?
«Ho avuto la fortuna di incontrare grandissimi personaggi - spiega Nicola -. Penso a Franco Bertoli che mi volle a Modena come secondo allenatore e mi ha sempre spinto a fare meglio. Ma anche Bernardinho, il tecnico brasiliano capace di conquistare due ori olimpici che allenò a Modena nel ’92-’93 e che mi prese sotto la propria ala. Negli anni mi legai molto ai giocatori stranieri: Juan Carlos Cuminetti o Lloy James Ball».
«Più di tutto conta quello che mi lasciano i bambini che alleno - interviene Ilaria -. Nel loro entusiasmo nel giocare vedo il mio e quello dei nostri figli. Non mi alzo mai dicendo che non ho voglia di entrare in palestra, anche se so che ci devo restare dalle cinque alle otto ore. Alleno centinaia di bambini e li vedo tutti come miei. A loro cerco di trasmettere la mia grande passione per lo sport, quella che ha Nicola, quella che mi accompagna da quando ero piccola e che non mi ha mai abbandonata neppure per un istante».
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