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La Reggio Calcio riduce le squadre

La Reggio Calcio riduce le squadre

L’allenatore Martignoni difende le scelte della dirigenza «Senza competizione non c’è interesse per i ragazzi»

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REGGIO EMILIA. La Reggio Calcio, una delle società storiche che cura solo il vivaio, paga la crisi ecnomica e cerca di difendersi riducendo gli organici e le squadre. Una scelta che fa discutere. Maximilian Martignoni, 37 anni per il sesto anno allenatore della Reggio Calcio, difende le scelte della società.

«Rispondo – prosegue Martignoni – precisando due cose: non sono assolutamente a conoscenza del perché e del per come è successo quel che è successo a livello societario e la mia risposta non è assolutamente figlia del voler salvaguardare la società che da cinque anni mi dà la possibilità di divertirmi sui campi da calcio con la "presunzione" di insegnare ai più giovani quello che i miei grandi maestri di calcio dilettante mi hanno insegnato nella mia carriera. Mi sento di replicare a quanto letto perché a mio avviso sono state usate espressioni molto forti in quella lettera».

A quale contesto fa riferimento?

«Espressioni come "distruggere una squadra" oppure “distruggere un gruppo di amici" o arrivare a dire "smettere di giocare" e "società che non vuole fare calcio ma eliminarlo" mi sembrano veramente molto forti».

Qual è la sua “difesa” d’ufficio?

«L'appeal della Reggio Calcio porta tanti genitori, e non solo tra coloro che abitano nella zona della Canalina, a cercare un posto per il proprio figlio in questa realtà calcistica. L'intento è nobile, nei primi anni di scuola calcio, perché il bambino comincia a "vivere" un gruppo, secondo delle regole, con un mister-educatore che deve essere capace di gestire "la confusione" e convertirla in divertimento costruttivo. E in questo senso mi sento di chiedere al signor Merlo quale genitore non ha come unico desiderio di vedere gli occhi felici del proprio figlio dopo un allenamento o una partita. Molti genitori sperano che il proprio figlio sia il più bravo, il più forte, il più cercato da realtà professionistiche e magari chissà, la soluzione di tutti i "problemi". Ma non è sempre è così anzi. Ed è da qui che si collega il famoso discorso della squadra B della Reggio Calcio».

Una delle squadre che verranno smantellate?

«Esatto. Una squadra che non ha una classifica. Che vinca, pareggi o perda rimane sempre a zero. Una squadra che non cambia mai la sua posizione in classifica che fonte di interesse può avere?».

Nei settori giovanili non ci dovrebbe essere però lo spirito della competizione.

«Infatti sto parlando di spirito di competizione ma di gratificazione per l'impegno che ogni ragazzo o bambino mette nell'allenarsi e nel giocare. Il tempo che dedica a questo sport, l'entusiasmo che mette in ogni momento. Ho giocato tanti anni a calcio e non credo che un campionato senza classifica renda giustizia all'impegno di questi ragazzi».

Faceva riferimento anche ad altre espressioni come "distruggere un gruppo di amici”.

«Gli amici sono tali anche se giocano in un'altra squadra e non smettono di esserlo solo perché indossano la maglia di un'altra maglietta. Per come la vedo io l'amicizia non finisce solo perché non si corre più sullo stesso campo o non si fa più allenamento insieme. L'amicizia non ha un unico campo, non è figlia di una squadra sola, non ha la maglietta di un solo colore ma è figlia di un continuo conoscere allargando i propri confini e della continua voglia di interagire con nuove persone vivendo di una dinamica imprescindibile per la crescita che è il confronto. Vedere altre realtà sportive fa crescere, fa aumentare le conoscenze e di conseguenza anche gli amici per cui non credo proprio che si tratti di una distruzione ma piuttosto di un miglioramento. Per non parlare dell'idea di "smettere di giocare"».

Perché non crede che ciò possa accadere?

«Non potrei mai accettare che mio figlio smetta di giocare a calcio perché non è confermato nella squadra dei suoi amici. Io avrei smesso molto tempo fa allora. Lo sport è passione, è sacrificio, è il saper accettare decisioni che ci deludono ma che ci possono fortificare, rendere più forti. Per cui vorrei dire al signor Merlo - conclude Massimiliano Martignoni - che lei voglia farci condividere l'idea del ragazzo abbattuto dalla "non conferma" che va tutelato, al quale non bisogna far provare emozioni forti e negative con l'intento di non farlo soffrire, personalmente non lo accetto. Tanto vale rinunciare a vivere lo sport».

Mara Bianchini

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