«Vincere fece dimenticare che io sono un bolognese»
I grandi ex. Consolini: «Andò bene e i reggiani non fecero caso da dove venissi» Ramagli: «Per festeggiare a Reggio ho fatto spostare l’orario dell’allenamento»
REGGIO EMILIA. Stati Uniti, Lituania, Capo d’Orlando, Varese, Verona: la famiglia della Pallacanestro Reggiana è un po’ come un vecchio albero di famiglia di inizio Novecento, con fotografie che sono piccole finestre sul grande mondo del basket mondiale di ieri e oggi, ma non solo. Montecchi e Bouie dall’America, Slanina dalla Lituania, Basile dalla Sicilia, Robinson da Varese, i grandi protagonisti dei primi quarant’anni biancorossi si sono ritrovati a Reggio.
I grandi coach. C’è chi per venire a Reggio martedì ha stravolto il programma di allenamento di un’intera squadra, come Alessandro Ramagli, allenatore di Verona, che è rimasto in biancorosso solo un paio di stagioni, ma che in città e nella società ha lasciato un pezzo di cuore.
«Non volevo mancare all’appuntamento - ha affermato il coach livornese - e per essere presente ho dovuto anticipare di un’ora l'allenamento, ma i miei giocatori e la società hanno capito. D’altronde se non lo avessi fatto chi lo avrebbe sentito poi Bosca (Giorgio Boscagin, ndc), che si è preparato per giorni a questa serata. È la festa di una società che ha fatto tanta strada nel basket e che si appresta a vivere forse la stagione migliore della sua storia, che arriva dopo un'annata esaltante. Nel mio piccolo, sono contento di aver fatto parte di questo percorso. Ci rivediamo l’anno prossimo in serie A? Non “tiratemela”, suvvia…».
Le storie. Sono tante le storie, le vite e le vicende sportive che transitano sul tappeto rosso steso davanti all'ingresso del Valli. C’è chi come Giordano Consolini ha iniziato tirando su, e bene, i giovani, per poi conquistare un’insperata promozione in A1, prima di tornare in “patria”, a Bologna, con i giovani della Virtus.
«A Reggio ho iniziato nelle giovanili, dove sono rimasto quattro anni, poi sono passato alla prima squadra, con cui siamo riusciti a centrare una promozione abbastanza inattesa - ha raccontato con la solita modestia Consolini -. Ho un ricordo bellissimo di quell’esperienza, anche dei tifosi reggiani: in effetti le cose sono andate così bene che tutti hanno dimenticato che in panchina, contando il mio assistente Malavasi, nel 1997, c'erano due bolognesi…».
La storia. Chi dal settore giovanile li ha visti passare davvero tutti è Leo Ergellini, ora responsabile della Scuola basket, che dopo una breve esperienza in prima squadra negli anni ’70 ha speso una vita nel basket biancorosso, divenendo un punto di riferimento dentro e fuori dal campo per tanti futuri campioni.
Campioni. La memoria e il cuore della Pallacanestro Reggiana li ha però ancora Gianni Pastarini che i giocatori se li è visti passare tutti sotto gli occhi.
«Ho vissuto tutto - ha raccontato - e quando si vive una storia così non ci si rende perfino conto del tempo che passa. Contribuire a costruire qualcosa di così bello è stato importantissimo».
«La squadra cui sono più legato? Difficile da dire, ma di sicuro dentro c’è Mike Mitchell».
Luca Infante invece non sembra mai essere andato via; saluti, fischi, abbracci, pacche sul collo e un’esplosione di gioia e buonumore per tutti.
«Bosca! Mannaggia…Lupo (Marco Carra, ndc), pure tu! 'ndo sta Alvin? Mo' lo vado a prendere io 'sto ..…!».
Le chiavi della squadra, ora come un lustro fa, sono sue.
Daniele Valisena
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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