«La vittoria è sentirsi parte della natura»
Il reggiano Stefano Verona è divenuto specialista di gare estreme: «Vi racconto quanto si fatica e cosa si prova»
REGGIO EMILIA. Stefano Verona, classe 1975, un passato da gelataio ed attualmente un lavoro in un negozio di prodotti per animali. Ma ciò che rende questo reggiano tesserato per la podistica Biasola un vero "Uomo di ferro" delle ultramaratone sono le due gare che ha affrontato ulle montagne della Valle d'Aosta. Due gare folli, con dislivelli impensabili anche per gli stambecchi, da correre giorno e notte con un solo obiettivo: un traguardo che anche se non significa necessariamente il gradino più alto del podio è una vittoria con se stessi e contro i propri demoni.
«Ho iniziato a correre tanti anni fa – dice Verona – un po' per rimettermi in forma, un po’ per avere tempo per me per distendermi un po' i nervi, ma soprattutto per cercare me stesso. Infatti la prima gara che ho voluto portare a termine per mantenere una promessa fatta a mio padre che poi è venuto mancare è stata la 100km del Passatore».
E come è andata?
«Grazie all'aiuto ed ai consigli di Antonio Tallarita sono riuscito a portarla a termine, poi con lui mi sono trovato talmente bene che abbiamo continuato a correre insieme. Abbiamo vissuto esperienze condivise che ci hanno arricchiti entrambi».
Prima però di arrivare a una 100km, si deve necessariamente passare dai 42 della maratona: dove ha esordito?
«In quella del Garda, che però è andata malissimo. Una gara particolare, con la prima metà in discesa e la seconda in salita. L'avevo preparata, mi ero allenato bene, ma ho avuto un calo che mi ha comunque permesso di chiuderla, anche se non nel tempo che mi ero prefissato. Psicologicamente è stata una prova dura, ma arrivare al traguardo mi è servito per avere consapevolezza dei miei limiti».
Questo è un aspetto della corsa che affascina molti, sia che corrano una 10km o un'ultramaratona.
«Esatto. Come si dice qui a Reggio, dopo ci si cade dentro a piedi pari: è talmente bello cercare il limite e superarlo ogni volta che alla fine non si può fare a meno di continuare. I limiti ci sono per essere superati».
Veniamo alla scorsa estate.
«Mi sono dato due obiettivi molto ambiziosi: il Monte Bianco e il Tor des Géants, la settimana successiva. Ho fatto le preiscrizioni, convinto che almeno in una delle gare non sarei riuscito ad entrare nella lista degli iscritti nonostante avessi i punti. Invece mi è andata bene e le ho corse tutte e due».
Impressioni e sensazioni?
«Il Monte Bianco è una gara bellissima che costeggia tutta la fiancata italiana alla base del monte, passando poi per la parte francese e quella svizzera per arrivare al traguardo a Chamonix. Il meteo non è stato eccezionale, ma la gara e il percorso sono stupendi.
E con quasi 168 km di Monte Bianco nelle gambe, la settimana successiva si è presentato al via al Tor des Géants, dove i km sono quasi il doppio, con 25.000 metri di dislivello positivo?
«Esatto. Si corre per 6 giorni, quasi giorno e notte dormendo pochissimo, quindi bisogna partire da casa consapevoli ed allenati verso ciò a cui si va incontro».
Chi la accompagnava in questa follia?
«Nessuno e forse è stato questo che mi ha dato la forza per arrivare in fondo, dove sapevo che avrei trovato mia moglie e i nostri due gemellini ad attendermi all'arrivo».
Viene spintaneo chiederle: lei lavora a Reggio e vive a Reggio. Come si prepara una gara del genere in pianura?
«Ho seguito una preparazione durissima, lavorando in palestra e svolgendo allenamenti di corsa in montagna sul Cusna, quando era possibile. Giusto per avere un'idea di quello a cui andavo incontro: l'anno prima avevo già corso metà gara, poi mi ero dovuto ritirare per un problema a ginocchio. Questa volta non potevo fallire ancora, e nonostante una enorme vescica che nessuno dei medici sul percorso sembrava in grado di curare, ho stretto i denti».
Momento terribile...
«Anche se tutti i demoni nella mia testa mi dicevano di lasciar perdere sono riuscito ad arrivare al traguardo».
Cosa l'ha aiutata, oltre alla sua forza interiore?
«Il paesaggio e le emozioni che una gara del genere può dare. Ti senti parte integrante della natura che ti circonda, passando giorni e notti a tu per tu con la bellezza e la durezza che convivono in uno scenario simile. Questo riempie il cuore di gioia: devi cavartela, dando il meglio di te stesso in situazioni difficili, con raffiche di vento a oltre 100km l’ora o su ferrate e crinali aperti. Ci sei tu, contro la natura. E contro te stesso».
Cosa dice la sua famiglia di queste sue pazzie?
«Mi appoggia, grazie al cielo. Mia moglie ama accompagnarmi alle gare, ma devo dire che mi dà un grosso sostegno anche per eventuali necessità di alimentazione particolari o qualunque altro aspetto sia correlato alla gara che sto preparando».
Prossimo obiettivo?
«Dopo tanta montagna, ho deciso di tornare a correre sull'asfalto: ho intenzione di gareggiare alla Spartathlon, la gara di 246 km da Atene a Sparta, appunto. E' una nuova sfida, perchè credo che nella vita si debba sempre alzare l'asticella dei propri limiti. E poi, passo dopo passo, superarla».
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