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Brescello non è solo Peppone e Don Camillo

di Wainer Magnani
Brescello non è solo Peppone e Don Camillo

La squadra ha scritto storie indelebili di calcio con i suoi protagonisti: da Alberici a Talignani, a Paganini

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BRESCELLO. Una squadra di calcio è qualcosa di più di una bandiera, una passione, un divertimento perché determina, accompagna, caratterizza e segna i momenti della tua vita. Lo è a maggior ragione quando la storia di una società diventa una favola come nel caso del Brescello.
Il Brescello è stata la società che ha accompagnato la mia crescita professionale ma allo stesso tempo è stato il club che ha determinato la crescita esponenziale dell'Immergas. Certo, non in modo diretto ma su un binario parallelo. Il Brescello dalla Promozione è passato nei professionisti sfiorando la serie B e l'Immergas da azienda familiare o poco più è diventata un colosso europeo e mondiale.
Il mio racconto, non a caso, inizia in una lontana domenica quando il Brescello governato da Manghi mi presenta lo sponsor Romano Amadei. Non ricordo il risultato di quella partita ma quell'incontro frettoloso sì perché ha poi segnato il cammino del Brescello. Manghi era un fine stratega ma soprattutto aveva grandi intuiti. Romano Amadei, come spesso accade in tutte le sue avventure professionali, è entrato in punta di piedi, senza clamore ma poi piano piano si è innamorato di quella creatura e l'ha fatta sua.

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La favola Brescello è nata così Va detto per onor di cronaca che anche prima dell'avvento di Amadei il Brescello era una società prestigiosa ma sempre in ambito provinciale. Lo stesso è accaduto per l'Immergas che ha gradatamente espanso il suo dominio nel settore delle caldaie. Ricordo l'inaugurazione di una nuova ala del piccolo stabilimento di Lentigione ma soprattutto un altro particolare che ha caratterizzato la filosofia del Brescello e dell'Immergas: Amadei sceglieva sempre uomini vincenti cui affidava le sorti delle sue creature: l'Immergas e il Brescello. Non è un caso se i vari Tosi, Gianni Bia, Alberici, Marchisio e di sicuro me ne dimentico altri sono stati uomini importanti per entrambe le realtà.
Il mio Brescello non è quello che ha sfiorato la serie B perdendo all'ultimo momento col Cittadella o la squadra che ha affrontato la Juventus in Coppa Italia. Il mio Brescello è quello che ha giocato gli spareggi a Salsomaggiore e al Tardini. E' la squadra che ha perso con l'Aosta ma dove Talignani ha segnato un gol su punizione da quaranta metri. E' il Brescello che ha dato spettacolo a Savignano.Un Brescello che ha dominato i campionati dilettanti e la serie D per affacciarsi di prepotenza nei professionisti. Ma non voglio snocciolare il film calcistico del Brescello che, per molti anzi per tutti, è conosciuto. Il mio Brescello si lega inevitabilmente agli uomini, ai giocatori e ai tecnici che hanno caratterizzato un'epoca. Otello Barbieri prima di tutto. Il primo allenatore che ha capito che il calcio è figlio dell'interpretazione dei suoi solisti che non vanno imbrigliati con la tattica o con un gioco difensivo. Poi c'è Maurizio Masi che ha introdotto un concetto particolare: i dettagli fanno la differenza, Un allenatore che non lasciava nulla al caso e non è una frase fatta. Infine Giancarlo D'Astoli che al Brescello ha applicato uno schema che nei professionisti è arrivato anni dopo: il tic e titac. Un calcio fatto di passaggi rapidi, di possesso palla e poi di violenti verticalizzazioni. A Brescello sono passati importanti allenatori ma questi hanno dato un'impronta al mio Brescello.

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Una squadra di calcio viene ricordata per i risultati ma soprattutto per i suoi interpreti. Se io penso al Brescello il primo che mi viene in mente è Andrea Talignani. Pagato al mercato dell'Ikebana di Boretto 100 milioni di lire. Fu una notizia clamorosa ma col senno del poi ne è valsa la pena.
Talignani è stato il Maradona dei poveri. Un giocatore che aveva una potenza e una precisione nel tiro unica. Lui sapeva di avere questo dono e per questo motivo non amava allenarsi, preferiva mettersi al limite dell'area e impallinare il portiere. Al Brescello veniva tutto facile: dai la palla al Talo e vedrai che qualcosa combina. Di gol ne ha fatti tanti ma come detto quello che ricordo l'ha realizzato ad Aosta, in una sconfitta. Un gol da una distanza impossibile. Tutti i momenti importanti del Brescello sono stati caratterizzati da un gol di Talignani. Ma io non posso dimenticare Paganini. Un cognome che è tutto un programma. Un centrocampista che aveva uno stile nello stare in campo unico: bello, testa alta, lancio millimetrico. Mauro Alberici è il Brescello perché è nato e vissuto a Brescello e per quella maglia ha sputato sangue e sudore. Mauro il rosso è stato il simbolo del Brescello così come Gianni Bia un pilastro della squadra. Bia credo che in vita sua si sia concesso ai taccuini una o due volte perché amava stare dietro le quinte a cucire il gioco. L'ho sempre identificato come l'Andreotti del Brescello.

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Franzini oggi è un allenatore importante ma il vero Franzini che ha fatto innamorare la gente è Mauro. Biondo, fisico da centometrista. Era un attaccante magnifico da vedere, una gazzella sulla fascia. Mauro Dall'Aglio è sempre stato il sincadalista della squadra. Un difensore tosto, insuperabile. In coppia con Savino il taciturno, Zamboni e Sarzi facevano squadra da soli. I portieri? Alberini su tutti e poi l fido Dobelli.
Lo so che direte: ma quello era solo un Brescello, quello dei dilettanti ma in maglia gialloblu hanno militato attaccanti come Filippo Inzaghi o Vieri, giocatori che poi hanno militato per tanto tempo nei professionisti come Omar Campana. E' vero e mi scuso con questi interpreti del calcio gialloblu ma il mio Brescello è quello che ha incantato nei dilettanti, di quei giocatori che hanno segnato un'epoca.
Lo stesso vale per i dirigenti-tifosi. Rolando Rossini che aveva il Brescello nel cuore ma era sempre puntiglioso. Sergio Mingori: per lui non c'era Juve, Milan o Inter ma solo il Brescello. Agostino Poli inossidabile, mai domo e sempre pronto a fare la voce grossa ma è buono come il pane. Enzo Dazzi generoso anche se un pò permaloso. James Benelli e Adriano Fava generosi e passionali. La mia memoria si è allentata e certamente ho dimenticato dei dirigenti che ho nella memoria come la cassiera, il mitico custode che disturbavo ogni volta che dovevo fare le radiocronache.

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Questo è il mio piccolo mondo che potrebbe raccontare anche Guareschi inserendolo nelle favole di Peppone e Don Camillo. Una comunità che viveva di piccoli gesti.
Non dimenticherò mai la festa per la vittoria del campionato allo spareggio: all'osteria la Golena, a fianco della chiesetta di Ghiarole, con i tavoli imbanditi di salumi e gnocco fritto.
Confesso che a volte mi sono andato ad allenare, si fa per dire, con il Brescello e ogni volta avevo la sensazione di essere all'interno di una famiglia, un grande gruppo di amici: dentro e fuori. E forse questo è il segreto del Brescello: piccoli ma dal cuore grande.

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