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Le fortune del Lentigione sotto il segno dei Tosi

di Martina Riccò
Le fortune del Lentigione sotto il segno dei Tosi

Calcio serie D, il dg Doriano ha raggiunto il figlio Marcello alla corte di Amadei «Non sapevo niente della categoria e ho dovuto studiare ma ha funzionato»

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BRESCELLO. La passione per il calcio non si impara, si ha. Scorre nelle vene e, spesso, passa di padre in figlio, avvicinandoli e rendendoli complici. Ma quando il figlio si chiama Marcello e il padre è Doriano Tosi (in foto), questa passione non sfocia soltanto in domeniche allo stadio. Lo sanno bene quelli del Lentigione che, grazie ai Tosi, hanno vinto il campionato e sono stati promossi in serie D.

«Non sono un protagonista assoluto di questa promozione – commenta, modesto, Doriano Tosi – diciamo che ho dato una mano portando la mia esperienza e conoscenza».

Il suo arrivo, però, ha coinciso con la svolta. Qual è stata la sua arma segreta?

«Non c’è stato bisogno di sfoderare alcuna arma segreta. A differenza della grandi piazze, a Lentigione non c’erano pressioni e l’ambiente era tranquillo e sereno. Se hai le persone giuste nell’ambiente giusto non puoi sbagliare».

Pensa ai giocatori?

«Non solo. Se non avessi avuto l’appoggio dell’allenatore Francesco Salmi e del ds Andrea Monica, esperti della categoria e preparatissimi, sarei stato in difficoltà. Era da 25 anni che non lavoravo nei dilettanti e quando sono arrivato non sapevo assolutamente nulla dell’Eccellenza. Per colmare le mie lacune sono sempre andato in giro a vedere le partite delle altre squadre e adesso posso dire di essere più preparato».

In realtà una scelta azzeccata l’ha fatta immediatamente, portando al Lentigione Mezgour...

«Quella è stata l’unica operazione personale che ho fatto, ma si è rivelata decisiva. Conoscevo già Mezgour perché aveva giocato con me e con mister Salmi nel Castelfranco, e quando l’ho rivisto in Toscana, nel mio peregrinare, ho deciso di proporlo al Lentigione».

Come mai ha deciso di tornare tra i dilettanti dopo 25 anni?

«Amadei mi ha chiamato e mi ha chiesto di dargli una mano, una sorta di piacere tra vecchi amici. Gli ho detto che non conoscevo questo mondo, ma che avrei studiato. La formula in effetti ha funzionato».

Qual è stata la difficoltà maggiore che ha incontrato?

«Ho imparato che in questa categoria tra fare pressione alta e dare calcioni c’è una differenza millimetrica. Significa che la tecnica non basta, occorre anche sapersi adattare alla realtà, alle squadre che trovi e soprattutto lavorare sulla mentalità. Penso che i nostri giocatori faranno meno fatica in serie D, paradossalmente».

La squadra è cambiata molto dopo il suo arrivo?

«Pian piano è cresciuta nel capire, anzi nell’adeguarsi alla realtà del campionato. Quando abbiamo iniziato a giocare con la stessa voglia, aggressività e fame degli altri abbiamo potuto tirare fuori il nostro di più tecnico e affermarci».

Cosa vede all’orizzonte?

«La serie D comincia a essere un campionato interessante, soprattutto da quando non c’è più la C2. Riuscire a rimanerci bene e magari sorprendere protrebbe essere un bel colpo. Con Amadei non abbiamo ancora parlato del da farsi, un po’ per scaramanzia, un po’ perché siamo fatti così, ma se lo vorrà vedremo cosa potremo fare insieme...».

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