La “corsa” di Ragastas a 35 anni dal suo successo
Francesco Ferretti ricorda la vittoria della quarta edizione del giro d’Appennino «Ho avuto fortuna nel trovare gente che mi ha sostenuto economicamente»
REGGIO EMILIA. Sono trascorsi 35 anni da quel 20 luglio del 1980 quando Francesco “Ragastas” Ferretti e Vittorio “Padimatteo” Cigarini con la loro Lancia Stratos si aggiudicarono la quarta edizione del Rally dell’Appennino reggiano.
Una ricorrenza che la Bgo Comunicazione di Reggio ha voluto celebrare con uno speciale di 80 pagine che sarà distribuito gratuitamente a partire dalla prossima settimana. Lo speciale raccoglie interviste, aneddoti e tante storie narrate dai protagonisti di quegli anni. Anni che, grazie al lavoro dell’Aci di Reggio che ha sempre sostenuto la gara di casa, hanno creato l’epopea dei duelli tra Ragastas e il “Prof” Giuliano Maioli. Sfide di un rally che allora si disputava prevalentemente nella notte tra sabato e domenica, per il quale si muoveva la montagna (con il Team Lupo che sosteneva Maioli) contro la pianura (Ragastas era sostenuto dal Team Bora, creato dal fratello Giovanni). Per anni solo pochi intimi sapevano chi si celasse sotto quello pseudonimo. Un soprannome coniato non a sproposito per un ragazzo dall’apparente faccia per bene, che nascondeva però un talento naturale per il rally. Francesco Ferretti, classe 1946, nato a Carpineti, deve a quel binomio, soprannome-talento la fama del suo successo.
Ferretti, chi la battezzò?
«Fu un amico più grande. Mi disse in dialetto che ero proprio un ragazzaccio e per nascondere ai miei che correvo – racconta lo stesso Ragastas –, lo adottai. E poi quel suono mi piaceva e mi ci riconoscevo».
Anche il suo navigatore storico usava lo pseudonimo.
«Vittorio Cigarini aveva un figlio che si chiamava Matteo. Scelse di chiamarsi Padimatteo per lo stesso mio motivo. Abbiamo sempre corso coi soprannomi. Purtroppo a metà ’81 ha avuto problemi di lavoro e ha smesso».
Come ha fatto a diventare tanto famoso?
«Ho avuto tanta fortuna nel trovare gente che mi ha sostenuto economicamente, altrimenti non avrei potuto correre nemmeno una gara».
Ma come si è avvicinato ai rally?
«Facevo le gare in salita e andavo bene. Gare poco costose dove con un treno di gomme facevo due o tre anni. Nel frattempo stava nascendo interesse per i rally. La Scuderia Tricolore con cui correvo decise di prendere la Stratos e affidarmela. Mi trovai nel posto giusto al momento giusto. Avevo come compagni di scuderia Achille Marzi, Galaverni, Luciano Lombardini, poi mio fratello Romano e Giovanni».
Però a parte un assoluto nel 1980, di vittorie con la Tricolore non ne sono arrivate molte...
«Perché nel 1981, per esempio, mi qualificai alle finali Trn come Tricolore, ma poi emigrai nel Team Bora».
Perché andò via?
«L’Aci aveva voluto staccarsi dalla Scuderia Tricolore che in quel momento era un crogiolo di specialità. Eravamo a cavallo degli anni ’80 e c’era la voglia di copiare i team di Formula 1. Invece servivano team specializzati in una sola disciplina».
Per questo passò al Team Bora?
«Mio fratello pensò quel Team in questa ottica. Si pensava solo ai rally. Così si potevano gestire meglio anche gli sponsor».
Si chiede mai dove sarebbe potuto arrivare?
«Chi lo sa? Credo che a volte più delle capacità di guida servano delle opportunità. A me non è mai stata data la possibilità di andare a fare il professionista».
Arriviamo al dualismo sportivo con Maioli...
«Giuliano è stato il mio avversario più tosto. Aveva capacità notevoli e un team, il Lupo, che lo sosteneva. Abbiamo fatto battaglie epiche che ricordo con entusiasmo. Era una lotta e la gara di casa era il clou della stagione. Ci si giocava tutto come se fosse il Campionato del Mondo».
Ricorda un aneddoto in particolare?
«Nel 1987 partivamo uno attaccato all’altro. Dopo ogni prova si scendeva dalla macchina e si commentava la gara dell’altro nel tentativo di influenzarlo per la prova successiva. Sulla prima prendo un distacco importante per un problema di messa a punto delle macchina. Cerco di recuperare e a San Romano, nelle penultima, guadagno 11-12 secondi e gli sto addosso».
È dopo?
«Arriviamo a Carpineti e scendendo gli dico: “Ora ti vengo a prendere”. Lui mi guarda e mi dice serafico: “Ti faccio un mazzo così!”. Nell’ultima prova facciamo lo stesso tempo al centesimo. Lui rimane davanti, vince e quando scendiamo ci corriamo incontro per farci i complimenti. Rispetto e stima reciproci sono valori di un tempo. Ora c’è più cattiveria e indifferenza. Tra noi c’era quasi cameratismo".
La sfida, però, era anche sul ciglio della strada...
«Sì, le varie tifoserie si affrontavano in modo polemico, ma tra noi non c’è mai stato astio. La montagna era più per Giuliano. La pianura per me. Poi nei paesi c’erano i gruppi».
Dalle sue parole traspare tristezza per un Rally che non c’è più.
«Logico. Ma il Rally dell’Appennino è finito quando è stata tolta la prova notturna. Ho sempre pensato che se le gare le corri di giorno sono più interessanti, invece mi sono ricreduto. Quella notturna era irripetibile. Non capisco perché non si ritorni alla formula che era la più apprezzata. Era una festa e di notte venivano in tantissimi a vedere le gare».
Forse è andato in crisi anche perché non ci sono più dei Ragastas o dei Maioli?
«Diciamo che sono venute a mancare le particolarità delle macchine. Ora ci sono auto da strada elaborate. Manca lo stimolo della macchina speciale».
Ha mai pensato chi potrebbe essere il suo erede?
«Speravo in Gatti, ma si è consumato senza mai riuscire a uscire del tutto. Ora non seguo più di tanto, anche se qualche gara in salita la faccio ancora per mantenermi in allenamento. Sento parlare di Ivan Ferrarotti, anche se gli è venuta a mancare la vetrina principale. Senza l’Appennino ai piloti di casa viene a mancare un grosso trampolino per gli sponsor. Peccato che non si riesca ad avere una gara di campionato per rilanciare l’Appennino».
Inutile chiederle quale sia stata la prova più bella?
«La prova del Castello di Carpineti da Cerredolo fino alla piazza, in discesa. Durante la discesa del Castello non si vedeva il bosco dalla gente che c’era. Durava dodici-tredici minuti. Era veloce, lenta, poi veloce e c’erano i tornanti. Anche la Ciano-Rossena, però, non era male».
È sempre rimasto fedele alla Lancia Stratos?
«Finché ho corso ho sempre guidato questa macchina notevole. Nonostante tutto quello che la gente dice non era potente, lo erano più i Porsche, ma telaisticamente parlando ti dava tanto. Era corta e con un cambio eccellente».
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