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«Il mio sogno è rivedere la Regia in B»

di Wainer Magnani
«Il mio sogno è rivedere la Regia in B»

«Nella società granata sono entrato nel 1973 iniziando dal vivaio fino alla massima carica»

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REGGIO EMILIA. Quarantatre anni vissuti all’interno della famiglia granata. Una vita intera eppure Sisto Fontanili ha ancora il fuoco della passione per la sua Reggiana e lo sguardo attento e furbo per tutto ciò che riguarda le vicende granata.

«Entrai nella Reggiana _ ricorda Fontanili _ nel 1973, quando la Reggiana era guidata dall'indimenticabile quadrumvirato formato da Visconti, Lari, Degola e Lombardini».

Come ha iniziato?

«All’inizio mi sono occupato del settore giovanile poi diventai accompagnatore, sino alla fine degli anni Settanta, della prima squadra. Rammento anche quando restai da solo alla presidenza nel 79/80 a fianco di Franco Vacondio e mi esalto ancora al pensiero della promozione in serie B».

Una vita in serie B?

«Nella cadetteria sono rimasto per lungo tempo e ne sono uscito solo nel 1983 quando è subentrata la nuova proprietà con il ceramista Giovanni Vandelli. Mi sono nuovamente avvicinato alla Reggiana con il ciclo Barilli e ora la nuova proprietà ha espresso il gradimento per una mia conferma nel ruolo di vice presidente».

Quando ha debuttato come dirigente della Reggiana?

«Mi ricordo di un Modena-Reggiana concluso con un nulla di fatto. Era stato anche l’esordio di Bruno Giorgi in panchina».

Quali sono stati i suoi incarichi?

«Per un paio di stagioni mi occupai del mercato, di acquisti e cessioni dei giocatori. In seguito ho curato l’area tecnica e più in generale il rapporto con il mondo imprenditoriale reggiano».

Da direttore sportivo aggiunto quali sono stati i suoi fiori all’occhiello?

«Posso vantarmi di aver fatto vestire la maglia della Reggiana ad atleti del valore di Matteoli, Corradini, Carnevale, Bruzzone, Eberini».

Un calcio d’altri tempi?

«Furono annate esaltanti, quando il calcio era ancora sport pulito e gestito da autentici "signori". Da allora è passata tanta acqua sotto i ponti».

E adesso?

«E’ un calcio diverso ma resta, immutata, la passione dei reggiani per la maglia granata».

Si capisce che il vento è cambiato?

«Fino a pochi mesi in pochi andavano allo stadio, la Reggiana veniva più seguita sui media. Poi la stagione esaltante dello scorso anno e il cambio di proprietà ha ridato slancio. Noto che i giovani hanno entusiasmo come ai miei tempi, anche se questo fenomeno degli ultras non c'era. Allo stadio andava gente più tranquilla ma ora la squadra la seguono ovunque».

Impossibile dimenticare gli undicimila ai play off contro il Bassano?

«Una presenza incredibile per una squadra in Lega Pro e poi la coreografia della curva Sud ha fatto storia. Non a caso è stata presa come immagine simbolo dell’attuale campagna abbonamenti».

Negli imprenditori sta crollando la diffidenza iniziale?

«Io sono entrato nella Reggiana quando c'era il quadrunvirato. Erano persone meravigliose, industriali veri ma allora si faceva sport non calcio. C'erano meno interessi. Oggi chi si espone nel calcio deve avere spalle larghe ed essere cosciente che chi investe nell'ambito del calcio non ci guadagna, anzi. Le motivazioni devono risiedere nella ricerca di valori come il senso di appartenenza, l’identità, il radicamento al territorio. In pratica un senso di riconoscimento. Da parte nostra dobbiamo essere bravi a rispettare gli impegni, a governare il budget e a fornire agli imprenditori reggiani delle certezze in termini di investimento».

Come immagina il nuovo corso?

«Una società seria e professionale ma anche passionale. All’epoca del quadriunvirato la società era una famiglia e i problemi si risolvevano con una cena al Capriolo. Il contatto tra dirigenti, staff e giocatori era diverso da oggi. I giocatori venivano con noi a cena e tutti vivevano a villa Granata».

In passato ha sfiorato più volte la serie A.

«E’ vero, ci siamo andati vicini ma ora Reggio deve pensare a tornare al più presto in serie B per ritrovare un habitat che le compete».

E’ questo il sogno che vorrebbe realizzare?

«Sì, vorrei rivedere la Reggiana in serie B e uno stadio ricco di passione e di tanti tifosi».

Questo è l’anno buono?

«Difficile fare previsioni, però ci sono alcune componenti fondamentali: una proprietà appassionata, un ritrovato entusiasmo dei tifosi e una squadra che ha mantenuto lo zoccolo duro dello scorso anno con alcuni validi innesti. Poi sarà il campo il giudice sovrano ma di sicuro la società ha fatto di tutto e di più per avere una Reggiana competitiva».

Oltre al calcio la sua grande passione è il ciclismo.

«Uno sport che mi ha sempre appassionato e che mi ha permesso di conoscere grandi uomini e straordinari atleti».

A chi è rimasto legato?

«A Maurizio Fondriest, Gilberto Simoni e Francesco Moser in particolare ma anche a tanti altri».

In queste settimane sta predisponendo una speciale iniziativa a scopo benefico, può anticipare qualcosa?

«Posso dire che sarà un grande evento ciclistico, una serata molto speciale».

Nel suo cuore c’è un posto speciale anche per la musica.

«E’ stata la mia passione da giovane. Mi vanto di essere stato amico di Pavarotti e di avere relazioni con Zucchero e Fio Zanotti».

Zucchero l’ha anche citato nel suo libro autobiografico.

«E’ stata una bella sorpresa».

Ma come è nata questa amicizia?

«Per caso. Zucchero aveva un concerto ma all’improvviso era rimasto afono. Un amico mi ha contatto se potevo in qualche modo aiutarlo e attraverso alcuni amici medici siamo riusciti a consentirgli di potersi esibire. Un gesto spontaneo e da allora siamo rimasti in contatto. Quando viene a Reggio fa sempre un salto a casa mia o io vado a trovarlo a Pontedera».

Lei è anche un imprenditore di successo con la Fis.

«Un’azienda che è stata fondata nel 1973 e che ora ha 43 dipendenti ma con lo stesso spirito di un tempo: siamo una famiglia, anche se allargata».

Il cuore dice Reggiana ma è anche un tifoso dell’Inter.

«Ho conosciuto Mazzarri da giocatore e l’ho ritrovato all’Inter da allenatore. Adesso, però, anche all’Inter tutto è cambiato anche se conservo ancora diversi amici tra cui il dottor Piero Volpi».

A casa ha una foto con Zucchero e Brian May dei Queen, come mai?

«L’ho conosciuto a una festa di compleanno. Ero stato invitato da Zucchero e mi ricordo che May aveva gradito il mio aceto balsamico».

A FestaReggio ha rivisto tanti campioni del passato.

«E’ stata una serata molto bella, carica di ricordi e di nostalgia. Ammetto che mi è venuto un nodo alla gola rivedere tanti giocatori importanti e amati che sono passati da Reggio. Atleti che hanno scritto la storia della Reggiana».

E’ sempre difficile strapparle un’intervista, perché ama viaggiare a fari spenti?

«Preferisco rimanere dietro le quinte e tenere un basso profilo».

Come giudica la nuova proprietà?

«Ora la Reggiana ha un presidente tifoso. Stefano Compagni è coinvolgente e coinvolto emotivamente in questa avventura. Un dirigente passionale con una straordinaria carica positiva».

Cosa può dire di Alessandro Barilli?

«Dobbiamo avere un sentimento di riconoscenza perché Barilli ha fatto nozze con i fichi secchi, è riuscito a tenere in piedi la società per tanti anni. Se siamo ancora nei professionisti, a differenza di molti altri club, è per merito suo».

Chi lo incuriosisce?

«Voglio vedere all’opera Loi perché l’amico Matteoli me ne ha parlato bene. Da lui mi aspetto buone cose».

Chi le piace a prescindere da tutto?

«Cito Andrea Parola perché nonostante i tanti anni di carriera, in campo, sprigiona sempre freschezza. E’ anche bravo nel trasmettere la sua esperienza ai giovani. Lo vedo come un trascinatore».

Nel corso della sua carriera ha conosciuto grandi allenatori, dove colloca Colombo?

«Lo scorso anno ha lavorato bene e lo metto in un’ottima posizione, ma lo aspetto al varco quest’anno».

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