«L’azionariato popolare è una risorsa per il club»
Romeo Galaverni per diciotto anni ha fatto parte della famiglia granata «L’esperienza della Mirabello 2000 è ancora di stretta attualità, si può replicare»
REGGIO EMILIA. “Di padre in figlio” è lo slogan del Gruppo Vandelli ma appartiene anche alla famiglia Galaverni.
Romeo Antonio ha trasmesso la passione per la Reggiana ai figli Alberto e Lorenzo e soprattutto ai nipotini. Si può tranquillamente dire: una famiglia in granata.
Romeno Galaverni è un simbolo di quella reggianità che non ama i riflettori e le prime pagine ma è stato per quasi vent’anni un punto di riferimento per la Reggiana. Ai freddi numeri ha sempre abbinato la passione per la squadra granata.
Galaverni, per quanti anni ha fatto parte della famiglia granata?
«Sono diciotto. Sono entrato nel collegio sindacale con Franco Vacondio e poi ho vissuto tutte le varie stagioni».
Qual è la sua più grande soddisfazione sportiva?
«Vedere i miei figli e i nipoti che hanno la mia stessa passione per la Reggiana. E’ un senso di appartenenza che mi gratifica».
Si può dire che la Reggiana appartiene alla famiglia Galaverni?
«C’è uno stretto cordone ombelicale che si è consolidato dietro la scrivania ma soprattutto sulle tribune, nei vari stadi d’Italia».
Elio Monducci è stato un altro personaggio importante per la sua ascesa?
«E’ stato lui a chiamarmi, poi Elio si è dedicato al basket».
Con Vacondio ha avuto un buon rapporto?
«Era una brava persona ed era molto amico dell’allora sindaco Benassi, un altro grande tifoso della Reggiana».
Lei è stato per anni anche vice presidente del Circolo tennis Reggio.
«E’ vero e pensare che non ho mai giocato a tennis».
E’ vero che Chiarino Cimurri aveva già pensato alla Reggiana molti anni prima del suo approdo in granata?
«Mi ricordo una sera a cena a casa di Chiarino con Ferrari, Galeotti e altri. L’idea era di prendere la Reggiana e mentre mangiavamo i cappelletti si parlava del futuro del club. Quando la prese gli dissi: una volta ti è andata bene».
Poi com’è andata a finire?
«La Reggiana la prese Giovanni Vandelli».
Lei è stato protagonista anche del passaggio successivo da Vandelli a Sacchetti, Veroni e Morini.
«Ricordo che Walter Sacchetti telefonò a mio padre per, in qualche modo, convincermi che era la scelta giusta».
Con Marchioro ha vissuto la promozione in serie A.
«E’ stata esaltante ma di Pippo ricordo un episodio particolare: il suo esonero».
Siamo già nell’epoca Dal Cin.
«Sì, eravamo in sede e ho assistito alla telefonata tra Dal Cin e Marchioro con Pippo che dissentiva all’idea del suo esonero».
Alla resa dei conti ha avuto ragione.
«Già, arrivò Ferrari».
A distanza di anni l’operato di Franco Dal Cin è stato rivalutato.
«Questo mi fa piacere perché Dal Cin era un grande innovatore anche se gli ho sempre rimproverato di non essere mai presente alle partite».
Rimaneva a Udine?
«Giocava a poker con gli amici che poi erano gente come i Pozzo».
Lo stadio Giglio è stata la sua grande opera.
«Alla realizzazione dello stadio ha contribuito molto Daniela Gozzi che ha speso tutta la sua passione e professionalità nel realizzare il Giglio».
Ma poi lo stadio ha travolto la Reggiana.
«Senza la licenza per il centro commerciale, con la Reggiana in serie C è stato un peso insopportabile».
Ha un ricordo particolare di Dal Cin?
«Quando era andato al Venezia mi mandò un bigliettino con scritto “unico vero uomo che ho conosciuto a Reggio”. Un attestato che ancora conservo».
A livello di allenatori chi ricorda con piacere?
«Non avevo rapporti con gli allenatori. Li seguivo da semplice sportivo. Solo con Toneatto ho scambiato qualche battuta e mi ricordo che mi diceva sempre “quando tornerà il Bacci”. La squadra era in crisi e lui sperava nel ritorno di questo giocatore che poi non fece molto».
E i giocatori?
«Mi ricordo una frase di Gianni Brera su Tivelli che lo definì “la volpe dell’area proletaria”. Un tocco sublime».
Ma cosa significa tifare Reggiana?
«La passione non conosce confine. Mi ricordo che un anno ero a New York per un convegno e chiamai il centralino dell’albergo, che per fortuna parlava italiano, per avere notizie sulla Reggiana e lui mi disse: oggi tutti vogliono parlare con Reggio Emilia. Noi siamo reggiani e amiamo la nostra Reggiana».
Ma nel calcio ci si rimette sempre?
«Spesso è un bagno di sangue ma mi pare che Barilli sia stato attento».
Un tema d’attualità è l’azionariato popolare.
«L’esperienza con la Mirabello 2000 è ancora valida: una società controllata da quella sportiva ma separata».
Dal Cin diede abbonamenti in cambio di azioni.
«E’ possibile anche una semplice sottoscrizione di azioni ma è importante una distinzione dalla proprietà che ha altre responsabilità rispetto al tifoso».
E’ un progetto da perseguire per la Reggiana?
«E’ una risorsa perché la Reggiana è un grande patrimonio di passione e partecipazione per i reggiani».
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