Stavolta anche il diluvio è neroverde
Serata da lupi al Mapei soprattutto per gli juventini, in campo e sugli spalti
REGGIO EMILIA. I lampioni dell’Italia siamo noi. Spenti, per giunta. Fulminati da una sassata dell’ispirato Sansone, tipo tosto anche con i capelli corti. Una prodezza balistica che fa esplodere il Mapei e pare irretire per un attimo la guazzaimperversante su un pubblico in formato “ grandi occasioni”.
Serata da lupi soprattutto per la Juventus e per le sue legioni di tifosi, giunte da mezza Italia a prendersi la maggioranza relativa di un colpo d’occhio giocoforza inquinato da ombrellini, impermeabili, pastrani, tabarri, mantelli, cappucci. Altro che big-match: sembra un raduno di equipaggi di capitan Findus.
Di bianconero se ne vede ben poco e non soltanto perché il monsone che si scatena sullo stadio spernacchia le coreografie. I bagliori di un match climaticamente da campionato del Bangladesh sono tutti neroverdi: sarà anche per quell’insulso pigiamino rosa tipo ti amo Lucia che i campioni sono costretti ad indossare, ma il Sassuolo pare in campo con due squadre, raddoppia ed a volte triplica le marcature, poi quando parte lo fa ai cento all’ora; mentre i gobbi rinculano e soprattutto non ripartono se non con giocate da moscacieca. Ad minchiam, direbbe il compianto Scoglio.
Poi viene espulso Chiellini ed in suo secondo giallo, nonostante gli strepiti della curva Nord, è qualcosa di sacrosanto. A casa, tato e poi si sa: sono sempre i più belli, i primi ad andarsene.
L’intervallo viene preso in ostaggio da una banda di scalmanati. Si chiama la musica scende in campo, è l’iniziativa che il Sassuolo propone ad ogni santo match e sovente ti fa imbattere in cioccapiatti da paura. Stavolta tocca ad un gruppo di cultori d’un genere che chiameremmo Sciogliete i cani: tanti auguri ragazzi ma – un consiglio – imparate a distinguere bene due muri invalicabili: quello del suono e quello dell’orchite.
Se non altro quei troiaio di rumori rivitalizza un attimo il fantasma della Juve, un po’ perché il Sassuolo rifiata, un po’ perché Morata prende finalmente il posto del paracarro Madzukic. Là davanti il minuscolo Dybala commuove cercando di essere dappertutto, dietro di lui invece il gioco è quasi una parola grossa, una specie di bestemmia che si sviluppa secondo i canoni della completa casualità.
Certo, roba già vista: roba che ai milanisti, proprio in questo stadio, costò quattro pere e la cacciata del direttore d’orchestra. Semper lù.
E povero Conte, certo: ieri sera gli saranno sibilate tutte le corde di quel groviglio di nylon che gli abita sul cranio.
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