«Kobe, ragazzo modello ed educato»
Così lo ricorda Mauro Cantarella che lo allenò nelle giovanili biancorosse
REGGIO EMILIA. «Un ragazzo educatissimo, e un giocatore di grandi doti atletiche ma per assurdo un atleta normale, sin lento». Mauro Cantarella è, a Reggio, la persona più indicata a disegnare un identikit del giovane Kobe Bryant, visto che l’ha allenato per due anni, dal 1989 al 1991 nelle giovanili biancorosse all’epoca coordinate da Doriano Chierici. Adesso è il momento di aprire il libro dei ricordi, sperando che ci sia un’ultima occasione per vedere Kobe a Reggio: la Gazzetta ha lanciato una petizione in questo senso, perché l’esibizione d’addio di Bryant si svolga al palaBigi nel 2016, dopo la sua ultima stagione NBA e, forse, l’Olimpiade di Rio de Janeiro. Cantarella, intanto, ripensa al giovane atleta con cui ha lavorato: «Io allenavo i ’77, eravamo in pochi e mi proposero di prendere Kobe, che aveva un anno in meno. Lui preferiva così perché con noi giocava un ragazzo italo-americano, Christopher Ward, con cui aveva legato molto. Io non lo conoscevo, sapevo ovviamente benissimo chi era suo padre».
Un rinforzo in più, ma non una stella: «Aveva una tecnica notevole, si vedeva che ci aveva lavorato molto. Ma fisicamente era lento, il che è quasi surreale pensando a cosa è diventato nel giro di pochi anni, e non aveva nessuna idea di gioco di squadra» – sorride Cantarella. «Quanto cinque anni dopo l’ho rivisto, sono rimasto stupito soprattutto per i cambiamenti dal punto di vista atletico e fisico. La tecnica non mi stupiva. Ai nostri tempi era un buon giocatore in una squadra molto tosta, non brillava particolarmente, anche perché appunto faticava un po’ come letture. Mentre umanamente era perfetto. Ho letto che nelle altre esperienze italiane lo ricordano come indisciplinato, da noi era educatissimo, non parlava mai, mai nulla fuori posto. È anche vero che io ero un sergente di ferro, se usassero oggi quei metodi probabilmente chiamerebbero i servizi sociali» – ridacchia.
Kobe era un ragazzo modello, sin troppo timido, tanto che, riflette l'ex allenatore biancorosso, «nella NBA ha dovuto cambiare molto per farsi accettare dagli altri giocatori. Lui veniva da un contesto borghese, e dall'Italia, e si è trovato con persone che fino al giorno prima di essere scelti vivevano fra le pallottole». Cantarella ricorda anche il momento della chiamata NBA, arrivata nella sorpresa o quasi dell’ambiente reggiano: «Ricordiamoci che era un mondo diverso, non c'era internet, le notizie sull’America arrivavano tramite Superbasket e Capodistria, poco altro, non è che si trovassero tutti i tabellini in tempo reale come succede ora. Per quattro anni non ho saputo nulla di lui, poi ho iniziato a sentire le voci che lo descrivevano come un fenomeno delle high school, una promessa assoluta».
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