«La società biancorossa per me è affare di cuore»
Maria Licia Ferrarini protagonista nel percorso di crescita del club
REGGIO EMILIA. L’emozione ha voce.
Maria Licia Ferrarini, dal luglio scorso presidente del club biancorosso, dà voce alle sue emozioni. Perché, non lo nasconde, di emozioni vive.
«Per me la Pallacanestro Reggiana è un affare di cuore» spiega, proprio nel momento in cui la Grissin Bon si appresta ad affrontare i mesi decisivi della regular season.
Ed è seguendo il cuore che l’imprenditrice reggiana ha sposato la causa del basket.
«La pallacanestro è uno sport straordinario che fa appassionare subito e che spesso è avvincente sino all’ultimo secondo, ma che sa essere anche crudele. Tante volte sono uscita dal palasport con il cuore spezzato. Dai momenti di difficoltà, penso ad esempio alla retrocessione in serie B sfiorata, abbiamo però sempre trovato la forza per risalire».
Come è da donna muoversi in un ambiente esclusivamente maschile?
«E’ ancora più bello. Io ci sono abituata lavorando nell’agroalimentare che è un ambiente maschile. Dico che è ancora più bello perché c’è un rapporto franco che va al di là del fatto che io sia un manager donna anziché uomo. Apprezzo il dialogo sincero che si è instaurato con tutti: dal coach al direttore sportivo fino ai giocatori che, credo, abbiano un pizzico d’orgoglio in più ad avere un presidente donna con un passato da sportiva. Non sono solo una dirigente, un’imprenditrice, ma una figura che ha vissuto tanto questa società e che la ama davvero tanto».
I suoi progetti?
«Milano festeggia gli 80 anni, perché noi non possiamo pensare di raddoppiare i nostri anni? Perché non possiamo pensare in grande? Le basi per farlo le abbiamo poste e questa è sempre stata la forza della nostra società, specialmente da quando c’è il nostro gruppo dirigenziale. Il patron Landi è stato quello che più di tutti ha messo le basi più solide possibili per guardare avanti. Le società vanno viste in divenire e quello che sto facendo io, ora, è immaginare come potrà essere il nostro club in futuro, nei prossimi dieci anni».
Cosa immagina?
«Una città con un attaccamento ancora maggiore alla sua squadra. E questo si costruisce con tanta tradizione e con la fedeltà a questa tradizione. Noi abbiamo sempre cercato di mantenere quello che promettevamo a inizio campionato, di mettercela tutta per restituire quello che i nostri tifosi danno a noi, in uno scambio di energia fra noi e loro. Un atto di fede che vogliamo ricambiare anche ai nostri sponsor che ci stanno vicini».
Un modo di essere.
«Lo dico sempre. Pallacanestro Reggiana significa stile: uno stile serio e rigoroso. Significa provarci fino in fondo sempre. Da questa base si può davvero pensare di progettare il futuro in un movimento che, dopo anni di palasport vuoti, è in grande evoluzione».
Quanto è cambiato per lei vivere il club da presidente?
«Devo trattenermi, devo vivere la Pallacanestro Reggiana un po’ meno da tifosa. Io (sorride, ndr) tendo un po’ a essere il Galliani della situazione. E’ dal ’95 che sono in società e prima ancora ero un’abbonata. Ho percorso un cammino lungo quasi vent’anni prima di assumere la presidenza del club. Vivere la Pallacanestro Reggiana, rappresentarla tutti i giorni, è un’esperienza completamente diversa da tutte quelle fatte finora. Una società sportiva ha una connotazione diversissima da qualsiasi altra attività imprenditoriale e manageriale. Da presidente pensavo di poterla gestirla in maniera più distaccata, mentre prima mi potevo permettere di gestirla più da tifosa. Invece no, questa mia anima di passione sportiva è quasi più forte di prima perché mi sento in prima linea, tanto responsabile per tutte le decisioni che si prendono, con il costante pensiero di come ci si possa migliorare. Ci sono innumerevoli attività da affrontare. Da presidente ho potuto apprezzare il lavoro di staff che si fa in un club sportivo in cui si lavora davvero sette giorni su sette, tanto che lo paragono a un’azienda agricola».
Qual è il suo bilancio di questa prima fase da presidente?
«Dividerei questa fase in due parti. La prima è da dieci e lode. Abbiamo conquistato la Supercoppa, in Eurocup ci siamo qualificati alle Last32 e ci siamo laureati campioni d’inverno della serie A. Io strabuzzavo gli occhi, mi chiedevo se fosse tutto vero. La seconda parte è da otto. Continuiamo a essere al vertice del campionato, ma abbiamo vissuto quei quindici giorni devastanti di infortuni, incredibilmente concentrati su elementi fondamentali del nostro roster, che hanno condizionato il passaggio del turno in Eurocup e la Coppa Italia su cui noi, che ci eravamo presentati all’appuntamento da testa di serie numero uno, avevamo investito tanto. Anche se li abbiamo rimessi in campo in tempi record, grazie al grande lavoro dei nostri medici e fisioterapisti, non erano nelle condizioni fisiche adeguate per poter fare la differenza. Gli infortuni succedono a tutti durante una stagione. Purtroppo a noi sono successi tutti insieme in un momento particolarmente importante».
Le brucia maggiormente l’eliminazione dai play off d’Eurocup o aver fallito la conquista la Coppa Italia?
«L’Eurocup l’abbiamo approcciata male con quella brutta sconfitta a Trento il 6 gennaio che ci ha poi condizionato, anche se in seguito ci siamo ripresi. Trento ci ha messo un po’ nel mirino e sia all’andata sia al ritorno ha indovinato le soluzioni tattiche per ingabbiare il nostro attacco in una maniera spettacolare. Questo non toglie che il nostro bilancio dell’Eurocup resti positivo: abbiamo preso le misure a questa competizione in cui abbiamo fatto meglio rispetto allo scorso anno. Ci siamo rinforzati, o meglio abbiamo ritenuto di rinforzarci, mettendo dentro Golubovic, un elemento in più che ci desse solidità e consistenza sotto canestro. Giocare una coppa europea è un momento fondamentale per un club come il nostro. Non nascondo che la Coppa Italia resti per noi una delusione. Un po’ perché l’abbiamo affrontata in un cattive condizioni fisiche, un po’ perché abbiamo incontrato Avellino, la squadra più in forma. Se non fosse stata così stanca credo che in finale avrebbe anche potuto fare il colpo».
State entrando nel periodo clou della stagione: settimane importanti in cui si porranno le basi per i play off. Come procedono i lavori?
«Queste settimane ci vedranno allenarci durante la settimana con tranquillità. Senza gare infrasettimanali e senza trasferte lunghe, potremo fare quel grande lavoro di dettaglio che è una nostra grande caratteristica. Lavorare su ogni giocatore con l’attenzione del nostro staff tecnico a ritagliare cose personalizzate per ognuno di loro. Il lavoro mirato in palestra durante la settimana si vede poi in campo la domenica. Questo tipo di training è fondamentale perché i livelli sono talmente alti che a fare la differenza sono i particolari».
Ci sono errori che non rifarebbe?
«Nessuno in particolare. Non boccio niente o nessuno, anche perché le scelte fatte sono ancora in divenire. Diamo tempo anche ai giocatori di migliorare. Adesso c’è la possibilità di farlo e di affrontare in allenamento ogni singola questione con attenzione».
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