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Il salto di Mussini da Reggio agli Usa, «Al St. John’s sto vivendo il mio sogno»

di Andrea Montanari
Il salto di Mussini da Reggio agli Usa, «Al St. John’s sto vivendo il mio sogno»

Dall’incontro con Curry all’esordio al Madison il bilancio di Federico Mussini della stagione in NCAA

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REGGIO EMILIA. Nell’anno in cui Daniel Hackett, Gigi Datome e il reggianissimo Nicolò Melli portano alto il nome dell’Italia sui parquet europei, un reggiano si è fatto portavoce del basket tricolore al di là dell’Oceano. Federico Mussini ha da pochi giorni chiuso la stagione NCAA con i suoi St. John’s Redstorm dopo l’eliminazione subita con Marquette al primo turno di Big East Tournament e, anche se i risultati di squadra non sono stati positivi, sotto il profilo personale si può definire un’annata esaltante. Le sue cifre parlano chiaro: 10.7 punti, 2.4 rimbalzi e 2.2 assist di media nei 29.3 minuti in cui mediamente è rimasto in campo.

Non sono pochi i momenti indimenticabili vissuti da “Musso” nel corso della stagione, dentro e fuori dal campo; dalla prima volta in cui ha calcato il parquet del Madison Square Garden, alla notte da top scorer con 17 punti nella vittoria su Syracuse, fino all’incontro con il suo idolo sportivo e campione Nba Stephen Curry. Chissà cosa riserverà il futuro. L’attenzione rimane fissa sul presente e sull’ultimo periodo d’allenamento che lo separa dal rientro a casa previsto per la metà del mese di maggio.

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A vent’anni appena compiuti, il giovane talento di Reggio Emilia ripercorre il suo primo anno negli Stati Uniti tra basket, studio ed esperienze di vita.

All’inizio di quaesta grande avventura americana, quando ha realizzato che la sua vita trasferendosi a New York non sarebbe stata più la stessa?

«L’ho capito la prima volta che sono stato a Times Square. Mi stavo confrontando con qualcosa che non avevo mai visto in vita mia. Mi sono guardato intorno: c’erano palazzi immensi totalmente illuminati e un fiume di persone in continuo movimento. Ho avuto subito la sensazione di essere arrivato nel cuore di una realtà ancora più grande e in quel momento ho compreso cosa avrebbe realmente voluto dire “vivere a New York”. Ho subito pensato al paragone con Reggio Emilia e con altre città italiane anche più grandi in cui sono stato, ma nulla si avvicinava nemmeno lontanamente alla sensazione che ho provato lì».

Dopo il primo approccio con la città, è iniziata la sua esperienza in campo. Come valuta la sua stagione e cosa ha imparato sul terreno di gioco?

«La stagione non è stata molto positiva, purtroppo. Abbiamo iniziato con il piede giusto e nelle partite disputate al di fuori della conference non siamo andati malissimo. In quelle gare, escludendo Syracuse e poche altre formazioni di buon livello, le avversarie erano piuttosto abbordabili. Nella Big East, invece, le squadre erano tecnicamente e fisicamente più pronte di noi e questo ha portato a un finale di campionato non molto positivo. Nonostante ciò, ho continuato a migliorare per tutto il corso della stagione sia nelle vittorie sia nelle sconfitte».

Quale è stata la prima cosa che ha dovuto imparare?

«La prima cosa che ho dovuto imparare è stata adattarmi a un nuovo stile di gioco e a una squadra e a uno staff totalmente sconosciuti. Nei miei anni nella Pallacanestro Reggiana, infatti, ho avuto gli stessi compagni per molto tempo nel settore giovanile e anche nelle stagioni in serie A non ho mai affrontato una totale rivoluzione del roster come quest’anno. Qui, negli States, mi sono anche abituato a giocare in palazzetti enormi e davanti a un pubblico spesso numerosissimo. Spero che questo possa essermi utile in futuro per saper gestire al meglio le emozioni in scenari importanti».

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Fuori dal campo, invece, che cosa le ha portato quest’esperienza?

«Moltissime cose positive. Prima di tutto ho migliorato la capacità di relazionarmi con le persone. Ho conosciuto molti amici in pochissimo tempo anche al di fuori della squadra e questo mi ha permesso di avere sempre un’ottima compagnia con cui parlare, scherzare e confrontarmi. Allo stesso modo ho imparato ad apprezzare l’affetto e l’attenzione dei tifosi. Camminando per il campus capita che alcuni ragazzi fermino noi giocatori per parlare della partita o per dirci parole d’incoraggiamento. È un affetto molto sincero, diretto, che colpisce molto in quanto ricevuto da ragazzi della mia età e da compagni di scuola».

Quali sono gli aspetti del college basketball americano che l’hanno maggiormente impressionato?

«Il primo è la grandissima organizzazione che permette a noi studenti-giocatori di vivere al meglio entrambe le parti del nostro impegno. L’anno scorso ero io ad adattarmi in modo indipendente con lo studio agli allenamenti perché in Italia scuola e sport sono due cose separate, ma qui è tutto diverso. C’è una grandissima organizzazione che aiuta molto noi giocatori, ma allo stesso tempo studenti, dando una guida molto forte su come gestirci. Questo influisce molto positivamente anche sul tempo libero da dedicare al riposo e allo svago. Il secondo riguarda la NCAA come movimento ed è qualcosa di fantastico. Molte delle nostre partite sono state trasmesse in HD da canali famosissimi come Espn, Espn2 e Fox Sport1 che trasmettono anche le gare dell’Nba e dei principali sport americani. Ogni diretta è aperta da un ampio pre partita con le biografie e gli highlights di ognuno di noi. Qui il match è un evento e in relazione a questo ci sono tantissime attività legate ai media. Non mi sarei mai aspettato di vedere la mia immagine all’ingresso del Madison Square Garden».

Quale figura, oltre al coach Chris Mullin che l’ha fortemente voluta a St.John’s, ha aiutato il suo cammino nel corso di questa stagione al college?

«Il vice allenatore Greg St. Jean, senza dubbio. Ho trovato un feeling unico con lui per la passione che mette nell’allenare. Lavorare insieme è stato un piacere; è una persona che riesce a trasmettere tutto l’amore che prova per il gioco e ti fa venire voglia di spendere tutte le energie che hai per perfezionare ogni dettaglio possibile».

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La stagione è finita. Ora cosa l’attende? Resterà ancora negli Stati Uniti?

«Fino a metà maggio resterò negli Stati Uniti, poi prenderò una pausa per tornare nella mia Reggio Emilia. Sto per iniziare un periodo di allenamento molto importante perché, anche senza le partite sono terminate, continueremo a lavorare sia in squadra sia in modo individuale. Lo staff è organizzatissimo e ha già reso noti i programmi. Farò sicuramente un intenso lavoro dal punto di vista fisico con il preparatore atletico. Cercherò di far fruttare anche questo momento della stagione per migliorarmi in modo importante. Poi ci sono gli ultimi esami universitari e, anche se non ho mai avuto problemi durante l’anno, voglio affrontarli al meglio».

Sabato 12 marzo ha festeggiato il suo compleanno. Avrebbe mai immaginato di compiere vent’anni a New York nel bel mezzo di un’esperienza di questo tipo, lontano migliaia di chilomentri dalla sua città?

«Da un certo punto di vista è un sogno, qualcosa che sicuramente non avrei mai nemmeno immaginato. Da un altro, però, mi accorgo di come il tempo sia passato velocissimo soprattutto in quest’ultimo anno lontano da casa. I miei genitori sono venuti a trovarmi questa settimana, perciò un pranzo con loro e una serata con gli amici sono il modo più bello per festeggiare il mio ventesimo compleanno».

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