Quel gol lo vado a rivedere su YouTube
Il bomber Gennaro Vado pensa di lasciare: «Non mi sento più lo stesso». Tante reti in carriera, la più bella è... un film
REGGIO EMILIA. Sorridere pensando al passato non è da tutti. Gennaro Vado, napoletano di nascita e reggiano d'adozione, di passato ne ha tanto: la sua storia è un romanzo di tante puntate, una carriera piena di passione, adrenalina, sfide, magie.
Dopo qualcosa come 260 reti, da qualche settimana non corre più sui campi da calcio. «Quando chiedo sono abituato a dare. Mi sono sentito in difficoltà col Brescello e con James Benelli: a seguito di un infortunio non ero più me stesso e ho detto stop».
LA SPUGNA. Il re dei bomber sta fortemente pensando al futuro, dal momento che ha in arrivo il quarto figlio, in più gestisce in società con il fratello Vincenzo tre agenzie di scommesse. «Quella di gettare la spugna è un'idea che sto prendendo molto in considerazione– precisa Gennaro – Mi sono fermato per dignità e per il rispetto che ho per gli altri».
Il suo progetto da giovane era fare il professionista: la Reggiana doveva essere il suo trampolino di lancio, poi quando ha visto sfumare il sogno è diventato una macchina da gol al servizio dei dilettanti, ha girovagato in una dozzina di società, riempiendo le cronache con le porprie imprese.
IL TUNNEL. «Giocavo nella Regia di Dal Cin, venivo dagli allievi nazionali del Siena. L'allenatore Claudio Testoni mi aveva fatto crescere parecchio. Una volta in Primavera mi è successo un fatto incredibile, che ancora oggi faccio fatica a decifrare. Alla seconda di campionato affrontiamo il Monza, stiamo perdendo 1-0, entro e segno una doppietta, vinciamo la partita. Invece di promuovermi, il tecnico Speggiorin mi ha castigato con tre mesi di panchina, poi solo spezzoni di gare. Ero un ragazzo, mi ero incasinato mentalmente, le cose semplici mi diventavano difficili. Idem l'anno dopo, stessa musica a Carpi in C2, al Gravellona Toce in serie D, in Reggiolo, Scandianese e Arcetana in Eccellenza. Non riuscivo a riprendermi, in più stavo male, capivo di aver smarrito la strada a cui ambivo».
LUCE NELLA NEBBIA. Ci sono volute l'aria e la nebbia della Bassa per riaccendere il suo furore agonistico «La svolta l'ho avuta a Poviglio, grazie a mister Mingozzi, al presidente Enzo Pelosi, al direttore Ivano Guerra. Sono risorto ed ho cominciato a fare gol senza limiti, 75 in tre campionati e mezzo».
Esplode la Vado-mania, il giocatore diventa di colpo un fenomeno di provincia, è l'oggetto del desiderio di tanti club. «Il campionato da mettere in cornice è quello di Promozione che ho vinto nel 2006-2007 con Folgore Bagno, dove ho segnato 32 reti in 28 incontri; penso sia ancora un record nei dilettanti». La partita più strana della sua carriera «è stata Folgore-Rubierese, ci giocavamo il campionato. Alla vigilia ho avuto un inconveniente extra calcio, tutta la notte non ho chiuso occhio, in campo ero un fantasma, io mi sarei tolto dopo cinque minuti. L'allenatore ha creduto ugualmente in me, al 95' su punizione da 25 metri, ho messo il pallone della vittoria all'incrocio dei pali. Ricordo che è successo il finimondo in campo e fuori. Negli spogliatoi i miei compagni non finivano più di cantare ’O Surdato 'Nnammurato, mentre io piangevo come un bambino».
«Ho avuto grandi capitani, Donelli, Cacitti, Melli, Suprani. Mi sono trovato bene con Giovanni Muto a Poviglio, con Arnaldo Cacitti ci capivano con gli sguardi, tanti miei gol sono nati dai suoi assist, un ragazzo spettacolare è stato Daniele Ferrari, dopo aver sconfitto una brutta malattia è tornato in campo alla Folgore ed è stato un esempio per tutti, facendoci capire i valori veri della vita». Il gol più bello? «Sempre nella Folgore, in rovesciata con la Fidentina. Ogni tanto vado su You Tube a rivederlo e mi dico bravo».
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