Fiorani, un vero almanacco del calcio
Il magazziniere racconta i suoi 15 anni alla Reggiana e l’epopea del Brescello
REGGIO EMILIA. C’è un personaggio quasi invisibile nella Reggiana, lontano dai riflettori, che però è circondato da un alone di popolarità ed è per certi versi una delle figure più carismatiche della famiglia granata. Un veterano dell’ambiente: passionale, ironico, sempre sul pezzo, caratteristiche che lo hanno elevato nel tempo a testimone e fedele custode della storia della Reggiana.
Quando si parla di calcio, si accende e brilla come un fuoco d’artificio: è Gabriele Fiorani, 56 anni, magazziniere della società e, all’occorrenza, risaputo confessore dei giocatori, un professionista che si muove dietro le quinte, qualità che gli è riconosciuta alla pari della sua proverbiale riservatezza, in quanto depositario di segreti e verità che molti farebbero carte false per conoscere.
«Questo è stato il mio quindicesimo campionato alla Reggiana, sono fiero perché non ho mai litigato con nessuno – confessa. – Ho conosciuto in trent’anni ragazzi che poi sono diventati grandi e importanti, come Max Vieri, Simone Inzaghi, Andrea Sardini, atleti incredibili come Terracciano, Rocco Crippa, Mino Bizzarri fino ad Andrea Parola. Potrei scrivere un libro: loro e tutti gli altri, allo stesso livello, sono stati la mia famiglia allargata».
La carriera di Fiorani è di quelle significative, con esperienze di spessore: sette anni a Fiorenzuola, altrettanti a Brescello, quando entrambe le cittadine erano le regine della serie C, poi l’arrivo alla Reggiana dove ha vissuto dal 2002 tutte le vicende, gli alti ed i bassi, dal fallimento del 2005 alla rifondazione, sino agli eventi dei nostri giorni.
«Ne ho conosciuti una ventina, di allenatori: D’Astoli è quello che mi ha svezzato, Cadregari era il mio compagno di merende, a carte una coppia imbattibile, Foschi è stato una pietra miliare, con li siamo ripartiti dal niente. Dominissini aveva il suo credo, mi è stato molto vicino perché in quel periodo era morto mio padre. Non posso dimenticare Veneri, Merolla, Cavasin, Zauli, Mangone e Pane».
E Alberto Colombo?
«Tanto di cappello, per me è una gran persona, sempre disponibile nel rapporto quotidiano. Bravo davvero».
Perché allora il campionato è finito così?
«Eravamo in un girone diverso, con squadre più attrezzate. Potevamo essere anche noi tra le protagoniste, ma non siamo riusciti in certe partite a buttarla dentro. Il succo è questo».
Si sente ancora con qualche giocatore del passato?
«Una marea, da Paramatti a Minetti. Un pensiero per Vito Grieco, il mio capitano per eccellenza, un vero leader».
Un ricordo del periodo d’oro del Brescello?.
«Quella è stata una favola, eravamo un gruppo affiatato, pochi ma buoni, con un presidente come Romano Amadei che non ci ha mai fatto mancare niente. Un signore in tutti i sensi, come era stato Antonio Villa, patron del Fiorenzuola».
La gioia più grande che ha vissuto?
«Lavorare così a lungo in questo che è il mio mondo. Spero un giorno di salire con la Reggiana, la categoria è l’unica cosa che ci manca. Un sogno per me e per tutti. Mi piace ricordare il rapporto speciale con Monica Torreggiani, sempre in prima fila. Ci unisce un amore sconfinato per questi colori».
Ci può raccontare, invece, una delusione?
«L’unico rammarico, una vera maledizione che non vorrei mi costasse il posto – racconta ridendo – è che ho perso dieci finali play off su dieci. Penso a malincuore a quelle di Fiorenzuola, di cui due con Giancarlo D’Astoli, a Brescello con Adriano Cadregari in uno spareggio al Tardini con la Sambenedettese, con Romeo Azzali la memorabile sfida di Verona con il Cittadella, le due con Alessandro Pane alla Reggiana, soprattutto quella con la Pro Patria, con Loris Dominissini contro il Pescara, l’anno scorso a Bassano ai calci di rigore con Colombo. In compenso – sottolinea con più motivazione – non perdo mai ai play out. Segnalo l’ultimo a Cuneo con Zauli e il rigore decisivo di Alessi».
Gabriele Fiorani vive attualmente a Ponte Taro, nel parmense. Ha un figlio di 14 anni, Paolo, che gioca nell’Arsenal. Anche lui “anema e core” per il pallone: il Dna è quello giusto.
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