Sasà Parrillo, dal fallimento alla finalissima del campionato
REGGIO EMILIA. Dal fallimento allo scudetto sfiorato, con la ciliegina delle dediche di Pietro Aradori: «Quando avrò un figlio lo chiamerò Sasà». Di tutte le storie che, intrecciate, formano la...
REGGIO EMILIA. Dal fallimento allo scudetto sfiorato, con la ciliegina delle dediche di Pietro Aradori: «Quando avrò un figlio lo chiamerò Sasà». Di tutte le storie che, intrecciate, formano la stagione Grissin Bon, quella di Salvatore Parrillo rimane sicuramente quella più improbabile e insieme quella più fiabesca. Dopo l’ennesimo fallimento di Napoli in B, il 23enne regista campano si è trovato a spasso a fine marzo. Ai primi di aprile è arrivato per dare una mano negli allenamenti in un periodo in cui i baby biancorossi erano tutti impegnati nelle fasi finali dei campionati giovanili. A giugno, grazie a un impegno costante in questi mesi e complici i problemi fisici nel reparto esterni, si è ritrovato a giocare minuti importanti nella finale scudetto, specialista difensivo su Kruno Simon. E ora, è pure il “bersaglio” dell’amico Aradori: «mio figlio si chiamerà Sasà», continua a ripetere la guardia bresciana.
Parrillo, intanto, si gode tutte le emozioni e guarda fiducioso al futuro. Reggio rimane la prima scelta, ma a ogni modo la vetrina scudetto gli ha regalato parecchia visibilità.
Rimarrà a Reggio?
«Magari, me lo auguro di cuore, qui sono stato bene e ovviamente sarà la priorità, vedremo cosa succederà e cosa vorrà fare la società».
Se non altro, adesso ha molti più estimatori, no?
«E’ ovvio che la finale scudetto sia stata una grande vetrina, devo davvero ringraziare lo staff. È stato un sogno giocare la finale, e mi ha fatto notare, certo».
Era la prima volta a quel livello?
«Io in serie A ho già giocato a Caserta, la squadra in cui sono cresciuto, ed ero in rosa anche nell’anno in cui Caserta ha raggiunto la semifinale, nel 2009/10».
La forte Pepsi di Jumaine Jones e Ere. Differenze?
«Beh, tutto il mondo. All’epoca ero un ragazzino aggregato alla prima squadra, è stata una grandissima esperienza ma un po’ da esterno».
Quest’anno invece era proprio dentro al flusso?
«Sì, comunque ora sono cresciuto, e facevo parte a pieno titolo della squadra, è stata un’emozione incredibile».
E dire che a marzo non era proprio al massimo, con Napoli fallita. Cosa è successo?
«E’ stato davvero difficile vivere quella situazione, anche perché a Napoli in campo stavamo andando molto bene, eravamo una squadra costruita per vincere ed eravamo nelle zone alte della classifica».
Poi, il botto.
«Eh sì, ci siamo trovati tutti senza squadra e con la stagione ormai piuttosto avanti, non era proprio un bel quadro. E con l’amarezza di lasciare un campionato in cui stavamo facendo bene».
Tutto sommato, lei si è sistemato, no?
«Decisamente. Devo dire che anche a tutti i miei compagni di squadra non è andata male, hanno trovato tutti un’altra squadra».
Lei ha esagerato nel salto verso l’alto. A marzo chi ci pensava, alla finale scudetto?
«Decisamente io non ci pensavo. È stata una grandissima occasione, la chiamata di Reggio. In tre mesi sono passato dalle delusioni di Napoli a giocare dei minuti in una gara di finale, davvero non l’avrei mai immaginato». (adr.ar.)
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