«Dalle tante difficoltà saprò uscire più forte»
L’esterno della Grissin Bon: «Mio padre mi ha insegnato a non mollare mai»
REGGIO EMILIA. Un rifugio. Nel peregrinare europeo durante l’infinita carriera di papà Nando, il basket per Stefano Gentile - il 25enne figlio maggiore del pluridecorato “uomo dall’ultimo tiro” - è stato casa e rifugio.
«Da ragazzino la pallacanestro era il mio rifugio, il modo di conoscere ragazzi della mia età e fare amicizie in città nuove» esordisce l’esterno della Grissin Bon.
Pure Reggio Emilia fu “città nuova” per il 13enne Stefano che vi sbarcò nel febbraio 2002. Qui, papà Nando concluse la stagione in maglia Bipop.
«Giocai nelle giovanili della Pallacanestro Reggiana e frequentai la scuola media San Vincenzo - ricorda Stefano una vita dopo -. Feci amicizie importanti che ho mantenuto negli anni, come Luca e Matteo Braglia con cui esco ora che qui sono tornato a giocare. Conobbi anche Nicolò Melli che a 11 anni era già era più alto di me e aveva già la mentalità di un professionista».
Casa e rifugio, la pallacanestro. E dire che negli anni milanesi del padre, il piccolo Gentile aveva iniziato con il calcio, vestendo la maglia dei Pulcini del Milan, prima di venir travolto dalla passione di famiglia ed esordire, 16enne, nei pro.
Con una doverosa premessa: gli sconti non esistono in casa Gentile. Tanto che Stefano indurisce il tono quando parla del suo passato e della sua carriera. All’orgoglio del cognome («Sono fiero di portarlo» dice guardandoti dritto negli occhi), quello di aver fatto la gavetta. Di essere sceso in serie B1 pur di farsi le ossa sul campo.
«Mio padre mi ha insegnato tanto - tiene a sottolineare -. Giocando nello stesso ruolo mi ha spiegato tante cose sotto l’aspetto tecnico, a livello di letture e costruzione di gioco. D’estate mi allenava e lo faceva pure d’inverno, quando era possibile, in veri e propri allenamenti segreti. Mio padre mi ha soprattutto insegnato che non si deve mollare mai. Mi ha trasmesso una certo tipo di mentalità e di etica lavorativa. Mi ha sempre detto che i momenti di difficoltà capitano, ma che la cosa importante è uscirne più forti. Sono stato fortunato a crescere così. Ho visto tanti ragazzi, anche talentuosi, perdersi per strada. Io so cosa vogliono dire sacrificio e impegno e non è solo per mio padre. Vengo da una famiglia che mi ha sempre spinto a dare di più. Mio padre per quanto riguarda lo sport, mia madre a livello accademico».
Dopo il diploma al liceo scientifico, una decina d’esami a Economia e commercio.
«Non ero soddisfatto di quella facoltà che avevo scelto principalmente perché non richiedeva la frequenza. Quando appenderò le scarpe al chiodo, voglio riprendere gli studi, magari dedicandomi a qualcosa di diverso: fisioterapia o scienze motorie. Vedrò quando sarà il momento. A 18 anni volevo giocare e non ho esitato a scendere in serie B a Ostuni. Poi sono salito in Legadue e lì mi è stato impossibile continuare a studiare. Ma in campo ogni anno ho sempre saputo fare un po’ meglio. Sono sempre salito a livello di qualità. Ho accettato la proposta della Pallacanestro Reggiana proprio perché mi avrebbe permesso di crescere ulteriormente. Per la mia visione del basket e per come lo vivo, sono convinto che Reggio sia il posto giusto per me».
Lo vive e lo conosce profondamente il basket, Stefano Gentile. E non è un caso se il coach Max Menetti prevede per lui un futuro da allenatore.
«No - si schernisce - per allenare penso servano anche doti umane che non credo di possedere».
Nei ritagli di tempo, scarsini in verità, che il basket gli lascia ci sono le gite eno-gastroniche - «mi piace scoprire sempre posti nuovi» - ci sono le passeggiate con il cane Bolt - «lo adoro anche se mette sempre tutto in disordine, ma grazie a lui ho conosciuto tutti i parchi di Reggio» - c’è Domenica, la fidanzata di rara grazia, e, naturalmente, la famiglia: «Siamo legatissimi, per me è un punto di riferimento fondamentale».
Una famiglia che avrebbe pure potuto schiacciare chiunque, non il ragazzo che non abbassa mai lo sguardo.
«Non mi è mai pesato il cognome che porto» dice. E lo dice con il tono di chi, negli anni, l’ha dovuto ripetere spesso e questo forse sì, che gli pesa.
«L’ho trasformato in uno stimolo per crescere e migliorare sul campo. Non mi pesa il talento di mio fratello. Non mi pesa essere il figlio di Nando,che in carriera ha vinto tantissimo. Io gioco con la volontà di migliorarmi sempre. Gioco con l’obiettivo di allargare la bacheca dei trofei di famiglia. Voglio metterne altri nel mio angolino. Ci sono riuscito il settembre scorso “portando a casa” la Supercoppa, un trofeo che ancora nessuno in famiglia era riuscito a conquistare ed è stata per me una soddisfazione immensa».
E la bella prestazione fornita nella finale di Torino, che ha consegnato alla Pallacanestro Reggiana il primo trofeo italiano della propria storia, è stata sicuramente il punto più alto della sua stregata stagione con la Grissin Bon, costellata da un’infinita serie di infortuni.
«Tante difficoltà e tanti problemi fisici come nella stagione appena conclusa non li ho mai avuti - ammette -. La cosa che mi ha fatto più male è stata la fine del campionato, quando sentivo che stavo tornando ad avere fiducia nel mio corpo e stavo tornando a far bene, è successo quello che è successo ad Avellino». E non lo nomina neppure, quell’infortunio muscolare al polpaccio rimediato in gara 6 della semifinale che l’ha costretto a saltare la finale scudetto.
«Una sofferenza immane - spiega - non poter scendere in campo nella serie con Milano. Cercavo di distrarmi in ogni modo: guardavo i video delle partite, parlavo con gli allenatori e con i giocatori, cercavo di aiutarli il più possibile, ma una volta che iniziava la partita non potevo far più niente».
Guai fisici e pure critiche per le sue prestazioni da play. Tante critiche, anche sulle colonne di questo giornale. E lui, che lo sa perfettamente, per la prima volta dopo un’ora abbondante di chiacchierata, stizzito, abbassa lo sguardo per una frazione di secondo.
«Tendo a isolare le critiche che sono costruttive da quelle che non lo sono. Le prime le valuto, le seconde le evito» taglia corto educato, anche se chiaramente infastidito.
Poi, una volta uscito dalla redazione, si prende l’ultimo tiro. E dalla distanza lo mette pure, quel “tiro” dall’insolita forma di messaggio chiarificatore su WhatsApp.
«Ho sempre fatto il play - scrive - e credo sia la cosa che mi riesca meglio con le mie caratteristiche. La verità è che in quel periodo avrei fatto fatica in qualsiasi ruolo, non avendo gran fiducia nel mio fisico».
E qui non si scappa. In quell’ultimo tiro messo da distanza siderale, esce con violenza il gene vincente di papà Nando.
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