La Reggiana inizia a scaldare i motori
La promessa del tecnico Colucci: «Daremo il massimo»
REGGIO EMILIA. Carico a mille e con le idee chiare. Così si è presentato Leonardo Colucci ai campi di via Agosti per dirigere il primo allenamento della Reggiana.
Alla nuova avventura, il tecnico granata s’avvicina «con tanto entusiasmo, perché senza quell’ingrediente non possono arrivare i risultati».
Il primo obiettivo qual è?
«Quello di fare prima gruppo e poi squadra. E l’obiettivo è quello di alzare l’asticella domenica dopo domenica».
Anche se è solo il primo giorno si sente di fare promesse?
«Noi non vogliamo fare voli pindarici o dire che vinciamo il campionato. La promessa che posso fare è quella di una squadra determinata che lotterà su ogni pallone e quando uscirà dal campo lo farà dopo aver dato tutto. Questo mi sento di prometterlo».
Ci sono già squadre che hanno dichiarato apertamente che vogliono vincerlo. Insomma, la concorrenza sarà davvero tanta.
«Ci sono squadre attrezzate ma non sempre i cognomi vincono i campionati anzi, i campionati li vincono gli uomini».
Si è già fatto un'idea di quelli che saranno i valori del campionato?
«Anche senza fare nomi, basta vedere il tipo di mercato che qualcuno sta facendo. Noi lavoreremo alla giornata».
Che la Reggiana sia un cantiere aperto è evidente, quando chiuderà questo cantiere?
«C’è tempo sino alla fine di agosto. Stiamo valutando tanti profili e non vogliamo sbagliare. Non abbiamo fretta. Meglio portare giocatori utili alla causa e non nomi solo per la piazza».
Come giudica la rosa ad oggi?
«Davanti abbiamo solo tre attaccanti ma tutti i reparti devono essere completati. Siamo un cantiere aperto».
Il ds Grammatica ha dichiarato che i pezzi da novanta potrebbero arrivare quando il mercato sarà agli sgoccioli. Potrebbe essere un problema completare la rosa verso fine agosto?
«I giocatori bravi non hanno problemi ad integrarsi. Cercare giocatori importanti adesso significa partecipare a un’asta e questa è una cosa che non condivido. Chi viene alla Reggiana deve venire convinto della scelta».
Com’è stato il ritorno in via Agosti dopo tanti anni?
«Molto emozionante e mi sono tornati alla mente tanti ricordi. Ovviamente tutti bellissimi come la promozione in serie A, un gruppo stupendo e uno staff all’avanguardia».
Al suo posto c’era Ancelotti, per dire.
«Gli mando un grande saluto e so che gli arriverà anche se adesso è in Germania».
Sarà il nuovo Ancelotti?
«Non fatemi emozionare. Io la ricordo bene quella stagione. C'era stata una partenza lenta e la società era stata brava ad avere pazienza, quella che manca adesso. A fine stagione abbiamo festeggiato la promozione. Detto questo, mi auguro di fare anche solo una minima parte di quello che ha fatto il maestro Ancelotti».
Come vive la partita?
«Partecipo e la gioco con i ragazzi, mi piace viverla. Mi sento parte integrante».
La sente la reggianità in questa squadra?
«Assolutamente sì. Si sente il senso di appartenenza e questo mi sembra un ingrediente fondamentale».
La presentazione di Piazza è avvenuta davanti a migliaia di persone. Quell’immagine non le fa aumentare la responsabilità?
«Le responsabilità sono in qualsiasi piazza. Non esiste una piazza dove non ci sono responsabilità e vanno affrontate senza timore. Anzi, sarà uno stimolo in più e questo lo sanno anche i ragazzi. Sanno che devono lasciare il cuore in campo».
Si è parlato molto di modulo: quale sarà quello di Colucci?
«Siamo un cantiere aperto e parlare di moduli adesso è prematuro. Un’idea l’abbiamo ma non siamo integralisti».
Cercate giocatori duttili?
«Proprio così. Giocatori che anche se li sposti di 15 metri devono saper giocare a calcio».
Qual è stato il criterio che vi ha portato ad effettuare i primi acquisti?
«Sono stati tutti acquisti mirati e condivisi con la proprietà e tutti hanno accettato con entusiasmo».
Il primo giorno di ritiro in passato ha riservato alcune brutte sorprese, con alcuni "girovita" imbarazzanti. A un primo colpo d’occhio come li ha trovati?
«Li valuteremo. Ma oggi rispetto al passato, i ragazzi prima di andare in ritiro si preparano. Almeno me lo auguro. Si chiama cultura del lavoro».
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