L’epopea dei fratelli Ibatici nella corazzata Corneto
Dal 1972 al 1979 la squadra della frazione di Toano ha giocato ben sei finali Sette giocatori facevano parte della stessa famiglia: «Il calcio unico svago»
REGGIO EMILIA. Da perfetti sconosciuti, ad una storia di successo del Torneo della Montagna. Sette fratelli insieme in campo, quasi una diga, per difendere una piccola realtà di paese. È la favola dei fratelli Ibatici e del Corneto, che nel suo momento di massimo splendore dal 1972 al 1979, ha disputato sei finali in sette edizioni, di cui cinque di fila, record difficilmente eguagliabile. La curiosa avventura dei fratelli Ibatici è qualcosa che va oltre l’aspetto prettamente sportivo. Ciò che rende eccezionale l’impresa e la colora di significati sono il cuore, la passione e il fuoco sacro, il filo che li univa e che faceva delirare una intera comunità che si ritrovava all’ombra del campanile. La bellezza del Montagna è sempre stata quella di accendere, a turno, le luci dei riflettori su angoli nascosti dell’Appennino, quei centri minori che a loro volta si specchiavano nei gesti e nel talento di alcuni giocatori locali. Qui la stella era Giuseppe Ibatici, oggi 63 enne.
«Le medie le ho fatte al Seminario di Marola, alle superiori mi ero appoggiato a quello di Reggio. Quando volevi svagarti davi due calci al pallone, non c’era altra alternativa. Giocavo d’istinto, non ho mai fatto da giovane un allenamento. Quando fui convocato in città per una rappresentativa di ragazzini, ricordo che veniva a prendermi in Seminario, addirittura in bicicletta, Domenico Mussini, il Mecco».
La vita ruota e gira per tutti, anche per questo piccolo guerriero che in campo sopperiva con l’agonismo e i suoi muscoli d'acciaio, non a caso spesso faceva scintille con gli avversari e all’occasione anche con gli arbitri.
«Vendevamo cara la pelle, il segreto era questo. Eravamo una squadra piccola e tosta, che non mollava mai-ricorda-. Tutto il paese si stringeva a noi, dandoci un’adrenalina incredibile. Nel 1973 mi trovavo nei campi assieme a due miei fratelli, c’era la partita con il Roteglia, stavamo facendo tardi e pur di permetterci di giocare tre paesani si sono volontariamente sostituiti a noi. Siamo passati dai covoni di frumento al campo da calcio, senza fare riscaldamento, perché eravamo già caldi a sufficienza per il lavoro. Finita la partita siamo subito ritornati al podere per terminare la mietitura. È un episodio buffo, però questo lo fai quando hai nelle vene lo spirito del Torneo della Montagna, era la nostra Champions League».
Quattro dei fratelli, Giuseppe, Dino, Nello e Paolo erano titolari fissi, Luigi, Iseo e Giovanni, si alternavano a partita in corso. «Io ero il capitano - aggiunge Giuseppe Ibatici-Dino tirava i rigori, Nello faceva i gol che contano, come la doppietta che ci permise di vincere il titolo con il Castellarano nella finale del 1974. Bissammo il successo nel 1976, una finale la perdemmo con la monetina con il Villa Minozzo, due ai calci di rigore con il Castelnovo Monti e Rondinara, non ci fu storia con quella persa con il Viano». La parabola calcistica nel Montagna lo ha visto protagonista un anno a Toano, due a Cerredolo, diciotto stagioni a Corneto e una a Cavola. «Con Dino lavoravo alla Ceramica Faro di Veggia, che è sempre stato il nostro fortunato sponsor. Ci ha permesso di tenere in vita d’estate, così a lungo, il calcio e l'attività sportiva del nostro paese. Usavamo esterni bravi, come Papazzoni e Mariani, il valore aggiunto era l'irresistibile carica che apportavamo noi fratelli. Una pacca sulle spalle era la nostra ricompensa».
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