Gazzetta di Reggio

Sport

La Ferrari e l’incubo “zero tituli”

di Mauro Corno
La Ferrari e l’incubo “zero tituli”

Dal 1994 a oggi solo nel 2014 le monoposto di Maranello hanno chiuso l’annata senza vittorie

4 MINUTI DI LETTURA





di Mauro Corno

Il conto alla rovescia verso la fine del campionato del mondo di Formula 1 è iniziato e né Sebastian Vettel, né Kimi Raikkonen quest’anno sono saliti sul gradino più alto del podio.

Dal 1994 a oggi solamente nel 2014 la Ferrari non ha vinto neanche un Gran premio e il rischio che l’exploit al contrario si ripeta è molto alto. Insomma, c’è la possibilità di restare a “zero tituli”, per dirla alla Mourinho. Mancano solamente otto Gran premi, si correranno tutti lontano dall’Europa. Nel fine settimana che va dal 16 al 18 settembre tutti in pista a Marina Bay, sul circuito disegnato dall’architetto tedesco Hermann Tilke, per il Gran premio di Singapore. Lì, nel 2015, si affermò Sebastian Vettel, per la terza (e purtroppo ultima) volta da quando è stato ingaggiato dal Cavallino Rampante: da quel giorno, a cavallo tra il 2015 e il 2016, nei venti Gran premi corsi il tedesco è salito sul podio in dieci occasioni.

L’ultima domenica scorsa a Monza. Un terzo posto, davanti al compagno di squadra Raikkonen, che in molti – a partire dal quattro volte campione del mondo in Red Bull dal 2010 al 2013 – hanno celebrato come una vittoria, visto lo strapotere delle Mercedes, giunte prima e seconda con Nico Rosberg e Lewis Hamilton, i due piloti in lotta per il titolo iridato.

Tra chi si è mostrato critico, e non è stata di certo una sorpresa, il presidente della Ferrari, Sergio Marchionne. «Eravamo pronti per vincere qui, posso essere soddisfatto del risultato solamente se considero l’inizio della stagione e il fatto che lo sviluppo stia procedendo» ha detto, consapevole che l’annata è stata inferiore alle attese e non di poco.

A Maranello sono a un bivio e non è la prima volta negli ultimi anni. Bisogna fare il possibile per evitare l’onta di un campionato intero senza vittorie e, nel contempo, proseguire con lo sviluppo in vista del 2017, stagione che vedrà al volante delle due monoposto i confermatissimi Vettel e Raikkonen che, va detto, è stato protagonista di un campionato superiore a quanto preventivato: più di un tifoso della Ferrari avrebbe preferito qualcun altro al suo posto, non di certo i numerosi fan del finlandese presenti a Monza lo scorso week-end.

Il 2016 della Rossa è stato tribolato, i gravissimi problemi familiari che hanno colpito James Allison (l’improvvisa quanto prematura morte della moglie Rebecca, stroncata a marzo da una meningite fulminante a soli 46 anni, ndr) e che in seguito lo hanno portato all’addio per accudire i tre figli hanno condizionato i momenti topici per l’evoluzione di una macchina che aveva illuso un po’ tutti con il brillante esordio in Australia.

Marchionne, che a Monza si è fatto sfuggire un non elegantissimo «forse abbiamo aspettato troppo» a proposito della sostituzione dell’inglese (ingaggiato nell’era Montezemolo-Domenicali) con Mattia Binotto, ha puntato tutto sullo svizzero naturalizzato italiano, responsabile del settore motori in Ferrari dal 1995, quando venne assunto fresco di laurea in ingegneria meccanica conseguita a Losanna.

E da neanche un mese c’è il nuovo chief aerodynamicist (Capo dello sviluppo dell’aerodinamica, per dirlo all’italiana) David Sanchez (francese, a dispetto del cognome spagnolo), che ha assunto il controllo del settore finito nel mirino a causa del calo delle prestazioni della SF16-H, che ha visto allontanarsi sempre di più le Mercedes e si è fatta sorpassare dalla Red Bull, riuscendo a ridurre a meno11 il margine nella classifica costruttori grazie al mini-exploit in Brianza. Gli austriaci, però, hanno tutte le intenzioni di allungare nella corsa al secondo posto già a partire da Singapore, dove il Circus sbarcherà per il prossimo Gran premio: la Renault doterà Daniel Ricciardo e Max Verstappen di un motore aggiornato.

Dopo quattro anni alla Ferrari, che lo aveva prelevato dalla McLaren su impulso di Pat Fry (che epurato nel 2014 da Marchionne è ora alla Manor, in compagnia di un’altra vecchia conoscenza di Maranello, l’ingegnere greco Nicholas Tombazis), Sanchez è stato promosso, così come Binotto, in ossequio alla tesi di Marchionne secondo cui «le rivoluzioni si operano dall’interno». Sarebbe importante, però, che questa rivoluzione (l’ennesima) riporti le Rosse a combattere per le posizioni che contano e che da anni, tranne qualche sporadica eccezione, vedono in lizza Hamilton e Rosberg: la prima ed, eventualmente, la seconda. I suoi tifosi («I migliori del mondo», come ha ricordato domenica Vettel) lo meritano.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google