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«La nostra provincia ha tanta fame di basket»

di Linda Pigozzi
«La nostra provincia ha tanta fame di basket»

Massimo Turni, presidente provinciale della Fip, in visita in redazione «L’effetto Grissin Bon si fa sentire e il nostro movimento è in crescita»

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REGGIO EMILIA. Il periodo nero è alle spalle. Dopo anni caratterizzati da iscrizioni in calo e cancellazioni di realtà storiche, il basket reggiano sta vivendo una nuova primavera. L’effetto Grissin Bon ha contribuito a portare tanti bambini in più in palestra e tutto il movimento è tornato a crescere dopo la flessione registrata all’inizio del decennio.

«In anni passati - chiarisce Massimo Turni, presidente provinciale della Fip - la crisi aveva portato a un calo delle sponsorizzazioni e molte società erano in difficoltà. Il movimento ne ha sofferto e i tesserati erano calati. Le cose sono però cambiate. Per la stagione 2016/2017 abbiamo 44 società sportive affiliate: un dato senza precedenti per Reggio e che va in controtendenza rispetto all’andamento nazionale».

A cosa si deve questo boom?

«Ci sono vari fattori. In primis l’effetto trainante della Pallacanestro Reggiana, la prima società della provincia, che nelle ultime due stagioni ha raggiunto la finale scudetto. Poi ci sono tante società che, nonostante le difficoltà economiche, sono riuscite a fare un ottimo lavoro sui centri minibasket anche a discapito della prima squadra. Hanno scelto cioè di non sottrarre soldi e dirigenti al settore giovanile. Lavorando per anni con questa filosofia si è arrivati al punto che è dalle stesse giovanili che escono i giocatori per la prima squadra e questo ha fatto sì che questi club, costruendosi i giocatori in casa, siano riuscendo a reggere al calo degli sponsor».

Di fatto è il modello della Pallacanestro Reggiana.

«Sul nostro territorio si opera in questo modo a tutti i livelli, puntando forte sui settori giovanili».

Il basket nella nostra provincia non è solo Pallacanestro Reggiana, ma ci sono tante eccellenze nelle minors.

«Abbiamo registrato risultati importanti. Ricordo qualche anno fa un girone di serie C quasi interamente composto da società di Reggio. Poi, come sappiamo, ogni territorio ha la sua ciclicità ma siamo molto contenti dei risultati che le nostre formazioni seniores hanno raggiunto negli anni. Oggi abbiamo il Basket 2000 che parteciperà a una campionato nazionale come la serie B e tante società fra la C Gold, C Silver e serie D che ben rappresentano la nostra provincia».

Quest’anno non si sono registrate rinunce a categorie conquistate o mantenute sul campo. Va letto come un segno di buona salute del movimento?

«Certamente. Riuscendo a giocare con i propri atleti si riesce a fare un campionato di un certo tipo senza eccessivi sforzi economici».

Nel recente passato, quando la crisi picchiava forte e tanti sponsor abbandonavano la pallacanestro, in provincia s’era verificato il fenomeno delle fusioni: realtà diverse che si accorpavano per sopravvivere. La federazione aveva favorito questo fenomeno?

«No. Io sono sempre stato convinto del fatto che ogni società sia legata al proprio territorio e debba rimanervi. Ogni società ha la sua base, i suoi ragazzini, le sue attività con le scuole e dovrebbe continuare a mantenere la propria identità. Certo, alcune collaborazioni hanno portato vantaggi al territorio penso per esempio a quella del recente passato fra Correggio e Pallacanestro Reggiana, ma tendenzialmente io ho sempre detto ai dirigenti dei nostri club di fare con ciò che hanno, senza mai cercare di fare il passo più lungo della gamba e di investire nel loro territorio. Poi se alcune società si sono accorpate o hanno fatto rete, non c’è nulla di male. Collaborare può portare a una riduzione dei costi e a essere più forti».

I costi sono elevati?

«Sì. Avendo gestito per anni una società, posso dire che il 60% circa dei costi è rappresentato dagli impianti, poi ci sono gli altri costi da sostenere fra cui il pagamento della tassa gara che incide, ma che è necessaria per consentire lo svolgimento dei campionati. Gli sponsor? Si fa molta fatica a reclutarne. Ma negli ultimi tre anni ho fortunatamente notato un maggior interesse da parte di aziende del territorio che decidono di investire nel club del loro comune, di cui sposano il progetto».

Quale è la situazione dell’impiantistica?

«Bisogna distinguere fra città e provincia. In città perfino la Pallacanestro Reggiana da molti anni aspetta un contenitore adeguato. Più in generale a Reggio gli impianti sono pochi, vecchi e piccoli per l’attività sportiva che viene svolta. Mi sento di dire che siamo ormai pieni, visto che ogni anno aumentano i bambini del minibasket e i tesserati. Società cittadine come Basket 2000 e Rebasket non giocano più con la prima squadra a Reggio. A livello provinciale, le cose cambiano da comune a comune. Ci sono realtà come Novellara che è rimasta forse l’unica società a livello regionale con una squadra di un certo livello priva di un impianto adeguato, mentre in altri comuni ci sono impianti buoni che consentono attività a tutti i livelli».

L’aumento dei tesserati va di pari passo all’aumento di dirigenti e allenatori?

«Ci sono tanti dirigenti giovani in più. Parliamo di un fenomeno degli ultimissimi anni ed è un ottimo segnale se una volta smesso con il basket giocato si voglia rimanere all’interno di un club con un ruolo dirigenziale o di fondare altre società partendo dalla prima divisione. Come federazione organizziamo annualmente corsi per dirigenti e per responsabili dei centri minibasket, per formarli e per seguirli nel loro lavoro che è fondamentale per la sopravvivenza dei club. L’incremento riguarda anche gli allenatori che formiamo con corsi. La crescita non riguarda solo gli arbitri, ma questo è un trend che riguarda tutti gli sport perché per tutti, e non solo nella pallacanestro, è difficile reclutare arbitri».

Anche il basket femminile è in crescita?

«Passati i grandi risultati della Juvenilia, stiamo cercando di ricostruire il movimento, almeno in città, grazie al Basket Tricolore. Vorremmo che si arrivassero a coprire tutte le categorie giovanili e ad avere una prima squadra di un certo livello, costruita con le ragazze uscite dal vivaio. Si deve lavorare tanto su tutto quello che c’è attorno alla città di Reggio. C’è qualcosa a Puianello, c’è qualcosa a Quattro Castella e a Vezzano e noi ora stiamo cercando di creare qualcosa anche nella bassa. Questo perché se anche si fa un buon lavoro sul capoluogo e poi attorno non c’è nulla o quasi, si è costretti a fare lunghe trasferte per trovare avversarie, con tutti i problemi che ciò comporta, anche a livello di costi. Il movimento cresce con la città ma cresce anche con tutto quello che c’è attorno».

Quali le prospettive di sviluppo per il basket?

«Vogliamo avere in ogni comune una società che pratichi la pallacanestro. Negli anni abbiamo aggiunto società nella bassa e anche nella montagna, quindi gli estremi. C’erano territori che rischiavano di morire pur avendo gli impianti adatti e oggi con tanto lavoro sono diventati belle realtà. Siamo riusciti a portare la pallacanestro dove non c’era e a mantenerla e svilupparla dove stava per morire».

L’attività è uscita dalle palestre. L’estate è tutto un fiorire di tornei...

«Il Gnaker da decenni è un’eccellenza, ma ci sono anche il Parrocchiale e decine di tornei di tre contro tre. Ogni anno si aggiungono nuovi tornei estivi che hanno sempre il pieno appoggio della Fip. Io giudico questo fenomeno positivissimo. E’ una cosa bellissima che non si voglia smettere in estate. E’ il segno che Reggio e la sua provincia ha tanta, tantissima, fame di basket».

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