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Sassari, squadra nuova con l’anima di sempre

di Adriano Arati
Sassari, squadra nuova con l’anima di sempre

Basket serie A, sabato sera la Grissin Bon incrocerà le armi con i sardi di Pasquini La Dinamo ha meno talento rispetto al passato, ma la stessa filosofia di gioco

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REGGIO EMILIA. Cambiata sì, ma non del tutto. La Dinamo Sassari prossima rivale di Reggio è una formazione molto diversa da quella della passata stagione se si guarda l’organico. Rimane invece simile la filosofia di fondo, quell’idea di basket libero, atletico, in cui il talento fisico e tecnico tende a prevalere anche sulla disciplina e sull’organizzazione. L’impronta è quella lasciata nel suo lungo ciclo da Meo Sacchetti e ora confermata da coach Pasquini, che d’altronde di quelle formazioni così piacevoli da vedere era l’architetto alla scrivania, come addetto al mercato.

Dopo le turbolenze del 2015/16 i sardi hanno praticamente azzerato, rinunciando a tutte le stelle. E hanno guardato a giocatori di atletismo straripante, temperandoli poi a un affidabilissimo blocco di veterani europei. La qualità assoluta è inferiore rispetto all’anno di Dyson, Logan, Sanders, Lawal e Brooks, quando il potenziale offensivo era difficile da arginare. Questa formazione deve per forza avere equilibrio e un minimo di tenuta per vincere e non a caso in queste prime gare molto spazio l’hanno avuto i giocatori europei più esperti e lucidi, i vari Savanovic, Lideka e Sacchetti. In questo la differenza con le Sassari del passato è chiara, la capacità di leggere il gioco dei lunghi continentali è fondamentale rispetto a prima, quando ci si affidava agli zompi di Lawal e Varnado per chiudere l’area.

Il cuore pulsante di Sassari è però nelle gambe del play Johnson-Odom, un cubo di muscoli alto 185 cm, nella voglia di gioco veloce dell’ex Pesaro Lacey e dell’ex Siena Josh Carter, fresco di ritorno in Italia. E nei garretti del centro Olaseni, 210 cm di verticalità ancora tutti da instradare, passato l’anno scorso per qualche mese dal Bamberg di Nicolò Melli: le doti fisiche però potrebbero trasformarlo e alla svelta in uno dei migliori perni difensivi della serie A.

La miscela è intrigante, certo, ma va verificata. L’esordio con Varese, segnato da una vittoria 78-72 nonostante la rimonta ospite, ha sottolineato alcuni aspetti. Come in passato Sassari vive e muore di tiro da 3, all’esordio ha sparato ben 29 triple, sbagliando anche tiri facili. E l’alternativa rimane il gioco veloce. I suoi esterni amano attaccare il ferro, ma devono farlo di forza, non possono affidarsi solo al talento puro, e una difesa organizzata può rallentarli. In questo quadro, aiuta parecchio avere Savanovic, perché il vecchio drago serbo è molto bravo a leggere il gioco, a trovare spazi e soprattutto ad allargarsi alla bisogna. In coppia con l’altro veterano Lydeka è un bel sostegno, specialmente quando la mira degli esterni è fallata. Allo stesso tempo, quando Sassari è così “europea” tende a soffrire la fisicità altrui: la difesa è poco rodata, ha sofferto tanto quando ha dovuto fare cambi rapidi sul palleggiatore avversario, e sotto le plance non c’è più la coperta sicura dei lunghi atletici del passato. Se la prima linea lascia un buco, non arriva Lawal a spazzare tutto. L’unico stoppatore vero è Olaseni, centro che andrà inserito gradualmente. Varese, non a caso, è rientrata in partita cavalcando i giochi a 2 fra Maynor e Anosike: un play sempre in controllo e un centro potente e rapido a chiudere i tagli. La strada buona sembra quella.

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