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«Nessuno come Cervi è il futuro della Nazionale»

di Adriano Arati
«Nessuno come Cervi è il futuro della Nazionale»

Il lungo reggiano raccontato dagli allenatori che l’hanno cresciuto

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REGGIO EMILIA. Una lunga marcia gestita con tanta pazienza, quella pazienza necessaria quando si ha a che fare con un corpo di 214 centimetri. Gli ultimi turni di campionato hanno visto un Riccardo Cervi dominante come non mai, efficacissimo in attacco nel pitturato e impressionante alteratore di tiri in difesa. Un giocatore decisivo, per Reggio e probabilmente anche per la Nazionale. Diventato tale dopo una lunghissima maturazione, iniziata ormai una dozzina di anni fa, con il passaggio dal Basket 2000 alle giovanili della Pallacanestro Reggiana, chiamato dal coordinatore del settore Andrea Menozzi.

Proprio Menozzi riflette oggi su questo percorso, così come fanno i due primi coach di Cervi fra i “grandi”, Alessandro Ramagli e Fabrizio Frates.

«Con Riccardo abbiamo lavorato soprattutto io e Max Olivieri. Non mi piace prendere meriti che non ci sono, però con lui siamo stati bravi nell’avere pazienza. Da noi lui ha sempre avuto fiducia e spazio, e da parte sua ha sempre messo la disponibilità al lavoro», ricorda Menozzi.

La fiducia non era scontata, vista la concorrenza: l’annata 1991, quella di Cervi, era la generazione dorata biancorossa, quella che sotto canestro schierava pure Nicolò Melli e Luca Campani.

«Questo è stato il nostro merito, avevamo tre ragazzi di qualità e li abbiamo fatti sempre giocare insieme, hanno sempre avuto spazio mentre sarebbe stato più facile puntare sui giocatori dalla maturazione più rapida invece che cercare di valorizzare tutti quanti. È ovvio che i tempi di crescita erano molto diversi. Riccardo è il più alto, è quello con la struttura più complessa, è normale che ci abbia messo più tempo», riflette. «Melli sarebbe diventato forte ovunque, è chiaro. Con lui siamo stati bravi ad avere fiducia e pazienza».

Per Menozzi, l’efficacia di oggi è dovuta al «completamento della maturazione fisica. Ora può sfruttare pienamente le sue doti fisiche, e credo che abbia ancora molti margini di crescita». Margini di crescita come attaccante, come giocatore spalle a canestro? «Per crescere ancora Riccardo avrebbe bisogno di un altro livello di gioco. Non parlo della Grissin Bon, parlo proprio di contesto tecnico generale. Cervi è fuori misura per la serie A, qui tutti intasano l’area con una “mucilaggine” che rende impossibile giocarci», è il ragionamento. «Non credo di mancare di rispetto a nessuno dicendo che la qualità della serie A si è abbassata. A un livello superiore, Eurolega e Nazionali, Cervi troverebbe rivali della sua stazza. A quel livello poi ci sono troppi tiratori efficaci e le difese non possono permettersi di “stare in mezzo”: o lasciano i lunghi liberi di giocare o raddoppiano. Per Riccardo sarebbe meglio», chiarisce. E aggiunge che l’essere fuori misura è pure il grande vantaggio in difesa: «in difesa può cambiare le partite, arriva ad alterare tantissimi tiri, è una presenza fortissima».

Il primo coach in A di Cervi è stato invece Alessandro Ramagli, che ricorda «tanti ragazzi forti, lui, Melli, Campani, ma anche Verri. Era un periodo complesso per lui e Campani, stavano crescendo e avevano tanti problemi fisici, inevitabili. Con lui la gestione dei carichi era fondamentale, quando si dice che i lunghi hanno bisogno di più anni per svilupparsi si dice una grande verità. La stazza fisica è diversa, hanno bisogno di più un tempo. Con una guardia di 185 cm è diverso, quello è e quello rimane. Faccio un esempio reggiano: ho allenato De Nicolao nell’Under 18, fisicamente era quello di adesso, è ovvio che lo sviluppo sia più rapido. Riccardo è sempre stato coordinato, si capiva che in difesa avrebbe potuto spostare parecchio. Adesso è maturato fisicamente e può incidere parecchio. E deve essere il futuro della Nazionale: non ci sono altri giocatori come lui in Italia».

Discorso simile per Fabrizio Frates, coach di Cervi per pochi mesi nell’annata della quasi retrocessione: «Era un ragazzo che stava ancora crescendo, inevitabilmente aveva dei guai fisici e faticava. Però le doti difensive erano chiarissime, le braccia lunghe, il tempismo per stoppare, la coordinazione. I lunghi hanno bisogno di tempo, il corpo è diverso, ci vogliono anni per trovare un giusto equilibrio. Non è facile: quando cambia la struttura cambiano anche le meccaniche di tiro, la tecnica, bisogna sempre riadattarsi», racconta l’Architetto.

«Adesso è maturato, penso possa ancora crescere ma già si vede che il percorso fisico è a buon punto. Ed è importante non solo per Reggio, ma anche per la Nazionale. Tutte le squadre europee hanno un centro di quel tipo, in Italia dopo Cusin c’è solo lui. Gli ha fatto bene un anno lontano da Reggio? Non lo so, in generale conoscere altri ambienti, altri coach, altri metodi di lavoro è sempre utile per crescere».

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