«Il Giro d’Italia a Reggio scelta non azzeccata»
La voce fuori dal coro dell’ex campione di ciclismo 75enne Pietro Partesotti «Troppe risorse per due tappe che daranno visibilità alla sola via Emilia»
REGGIO EMILIA. Il 75enne Pietro Partesotti è stato uno dei professionisti reggiani che hanno fatto la storia delle due ruote nella nostra terra.
Ha partecipato a ben cinque edizioni del Giro d'Italia (1962 -1966), al Tour de France del 1965, giungendo 57° nella classifica finale, e a due campionati del mondo.
Tanti ottimi piazzamenti per un gregario di lusso anche in grandi classiche del ciclismo con una sola vittoria all'attivo, quella ottenuta al Trofeo Cougnet.
Vestendo la mitica maglia della Salvarani, ha fatto prima il gregario di Vito Taccone, poi a grandi capitani come Vittorio Adorni e Felice Gimondi.
Il 1965 fu l’anno magico per Partesotti, con l’accoppiata Giro e Tour, vinti rispettivamente da Adorni e Gimondi, oltre al titolo mondiale sfiorato.
Letta la notizia dell’arrivo e della partenza del Giro d'Italia 2017 ha voluto esprimere il suo parere che certamente è controcorrente, ma che sicuramente ha aspetti interessanti sui quali riflettere.
Il vulcanico Partesotti parte subito con il piede sull’acceleratore.
«Come sportivo sono d’accordo, ma con tutti i problemi, anche sportivi, che abbiamo nella nostra città non la ritengo una scelta azzeccata» premette il campione reggiano.
Perché?
«Pensiamo alle nostre strade che sono piene di buche e che hanno siepi che spesso invadono la sede stradale, questo problema è pagato soprattutto dai tanti appassionati di tutte le età che domenicalmente rischiano di cadere, spesso se chiedi ti viene risposto che non ci sono fondi, mi stupisce che per il Giro d'Italia si trovino. Posso parlare di Giro d'Italia, perché l’ho vissuto in prima persona. I tempi sono si cambiati, ma da sempre la manifestazione è ospitata nelle province per dare visibilità non solo al capoluogo, ma all'intero territorio, in queste due tappe diamo visibilità alla via Emilia, lo ritengo un po’ assurdo».
Cosa crede si sarebbe invece dovuto fare?
«Se vuoi dare visibilità alla città per mostrare tutte le sue bellezze, dovresti inserire un circuito finale per creare spettacolo, interesse e curiosità in tutti. Ad esempio nella vicina Modena si è fatta arrivare la tappa in Appennino per valorizzare l’intero territorio, poi il giorno seguente la partenza, così a mio avviso doveva essere chiesto proprio questo a chi organizza».
Cosa altro non la convince?
«Ho sentito che l’evento si va a intrecciare in quei giorni con la storica Mille Miglia, probabilmente non si era pensato; due manifestazioni così importanti in poche ore comportano per la nostra piccola realtà un notevole dispiegamento di forze dell'ordine e organizzative, penso che anche queste oltre al costo delle due tappe, siano una spesa importante».
È comunque una grande occasione ospitare due tappe di una delle manifestazioni ciclistica più importanti a livello mondiale...
«Parlando del ciclismo e anche purtroppo del nostro caro e amato Giro d’Italia, posso constatare che negli anni ha perso di visibilità, in quanto nessuno lo dice, ma è anche la verità, manca il grande campione; atleti come Nibali ed Aru hanno ottime credenziali, le grandi squadre però puntano soprattutto al Tour de France perché con ogni probabilità permette maggiori entrate sia economiche che di immagine internazionale».
È molto critico.
«Tengo a chiarire che il mio non vuole essere un attacco al Giro e soprattutto al ciclismo, che è stato parte integrante della mia vita e che tuttora è una passione infinita , ma mi fa pensare al bene della nostra città».
Cioè?
«La mia paura è quella che si coinvolgano solamente sportivi locali e delle province limitrofe. Tecnicamente è una tappa per velocisti che non presenta nessuna difficoltà altimetrica nel finale. E quello è lo spettacolo vero per gli appassionati e per una volata di 1’, sono convinto che in tanti preferiranno guardarla in televisione».
Teme un pubblico non altezza dell’evento, quindi.
«Proprio la tv per la mia generazione è l’unico mezzo per seguire gli eventi. Non c’è stata alcuna presentazione in diretta per questa edizione. Ho chiesto come fare e la risposta è stata quella che l'unico modo per poterla seguire era utilizzando lo streaming video tramite il sito della Gazzetta dello Sport o seguendo in diretta i canali social del Giro. Lasciatemelo dire sono rimasto impietrito, soprattutto se vogliamo incentivare la gente di tutte le età a seguire il ciclismo e la manifestazione».
Pensa che anche nella nostra provincia si registri un calo d’interesse verso il ciclismo?
«Oggi purtroppo, Reggio è una città dove il ciclismo non è seguito come una volta. Sono sparite le squadre di dilettanti che portavano al professionismo e mi pare che i numeri di atleti nelle categorie allievi e juniores siano in continuo calo».
I motivi?
«Perché utilizzando le risorse economiche non si cerca di calamitare l'attenzione nuovamente su questo sport, soprattutto a livello giovanile, le società anche se volessero, da sole non riescono più a organizzare gare che hanno fatto la storia di questo sport come il Gran Premio Liberazione, il Papà Cervi dei dilettanti che era una gara a livello mondiale seguita da migliaia di appassionati e la Milano-Reggio, troppo alti i costi».
Reggio però sarà rappresentata degnamente al Giro d’Italia con la Csf-Bardiani...
«Un motivo di piacere per queste tappe resta nella soddisfazione di vedere al via la squadra diretta dalla famiglia Reverberi che per impegno e anche passione, porta avanti un team professionistico con grandi risultati, vedi la vittoria nella Coppa Italia, in un momento nel quale trovare fondi è quasi impossibile. Mi aggancio a questo e chiedo quanto costerà complessivamente il Giro d’Italia alla nostra comunità e soprattutto dove troveremo le risorse».
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