Gran giorno: Testi Quédri contro i Magna Nébia
Guida breve (e scanzonata) per fare incontrare città che poco si conoscono
di STEFANO SCANSANI
Se non fosse per il Po che s’incurva a Boretto per rientrare nella Lombardia emiliana, di confini fisici tra Reggio e Mantova non ce ne sarebbero. A separare le due città c’è soltanto un’ora di strada, stradone largo e comodo che collega Suzzara e quindi Codisotto di Luzzara ai ponti di Calatrava. Una volata, si dice sportivamente.
Ma i contrasti antichi e quella voglia matta di procurare attrito tra Reggio e Mantova sono sempre lì vitali e pronti a giocare di contropiede. Immaginiamoci in attesa del derby della nebbia che domani si disputa al “Martelli”, stadio della città lombarda (che i lombardi credono però emiliana). Stadio che s’incontra a sinistra proprio arrivando da Suzzara, così basso che quando c’è la nebbia quasi scompare, si mimetizza dietro Palazzo Te.
Ecco: proprio la nebbia.
Si sappia che gli esuberanti emiliani proprio nella targa automobilistica del capoluogo confinario, MN, leggono la sigla del soprannome appioppato ai vicini virgiliani: Magna Nébia, mangiatori di nebbia. Perché, è quasi vero, che a Reggio il fenomeno meteorologico è assolutamente meno imponente e perseverante che nei territori settentrionali.
Sotto sotto però questo soprannome color del grigio è anche un richiamo all’invisibilità di Mantova rispetto a Reggio e viceversa. Così vicine e così lontane. Così attigue da non conoscersi. Come se nel Reggiano ci fosse area di riviera, che gli Appennini in vista fossero un coronamento a costanti cieli sereni e assenza di umidità.
Mantova e Reggio poco si conoscono. Tant’è che i mantovani di città amano maggiormente la traiettoria di Parma e semmai quella di Modena, e così non sanno che cosa perdono non scegliendo la via mediana. Ovvero Mediopadana.
Certo, lo sanno anche i mantovani di città che il blasone dei reggiani è Testi Quédri (capocce quadrate) e mai comprenderanno perché quaggiù il tortello di zucca può fare a meno dell’invasione dell’amaretto e non conosce l’aggressione della mostarda; e mai si convinceranno che il salame buono può o deve essere anche senz’aglio, oppure, che il Lambrusco è svelto, non troppo pregno e molto beverino, loro che - invece - sulla fascia confinaria nominano il loro vino Scagaròne.
Nello scrivere dei mantovani ho specificato “di città”. Lo dovrei fare anche per i reggiani, perché va chiarito che l’attrito fra i due continenti è attutito da un paio di fasce elastiche che corrispondono alla Bassa Reggiana e quindi, là sopra, al Basso Mantovano e al Viadanese.
Queste propaggini di confine potrebbero costituire nel loro insieme un mondo a parte, da Guastalla a Pomponesco, da Suzzara a Novellara, così gonzagheschi e per nulla estensi, con le loro parlate che inceppano riconoscibilissime sulla ö e la ü teutoniche. Chissà per chi tiferanno domani, (non le due vocali gutturali ruspanti, ma le genti degli stati-cuscinetto, con RE o con MN?).
Dunque il derby più che della nebbia e neanche del Po (che è un mezzo confine) è fra due città che si conoscono poco, o nulla, ma che s’apprezzano e da che mondo è mondo hanno cercato di conquistarsi.
Un po’ di storia per i tifosi. Già i Bonacolsi nel Trecento occuparono e legarono Reggio di Lombardia alla loro Mantova. La rocca si ergeva dove si estendono i Giardini Pubblici, a fianco del Teatro Valli. E non conto il grappolo di microprincipati dei Gonzaga di seconda e terza parentela che ha punteggiato la geografia reggiana settentrionale. La diocesi di Reggio ha avuto giurisdizione su un'ampia fetta dell'Oltrepò Mantovano che con Suzzara, Palidano, Gonzaga, Moglia fino al Secchia di Bondanello fa tutt'uno con l'al di qua della pianura.
E tutto ciò che c'entra col calcio, con la nostra casacca granata e quella biancorossa di Mantova? C’entra, c’entra. È la maniera per conoscersi e inventare una via di mezzo: Forsa Nébia Quédra!
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